Dal romanzo al film
Anche se è ambientato nel 1909, il romanzo breve “Un anno di scuola” di Giani Stuparich contiene un racconto della gioventù che non è invecchiato. Laura Samani se ne accorse quando lo dovette leggere al liceo, scoprendo che era l’unico testo letterario del programma a cui lei e i suoi compagni si sentivano vicini; ci ha ripensato quando lo ha riletto durante la pandemia, e infine ha deciso di renderlo un film (il suo secondo lungometraggio dopo l’ottimo riscontro critico di “Piccolo corpo”), invitato alla Mostra del Cinema di Venezia nella sezione Orizzonti. La storia è rimasta a Trieste, ma senza tornare al lontano 1909; ha spostato l’azione al 2007/2008, cioè quello che fu per lei, nata nel 1989, l’ultimo anno scolastico.
Il senso storico della scelta
La scelta di Stuparich dell'anno 1909, per un romanzo scritto vent’anni dopo, fu dovuta al fatto che in quel periodo fu promulgata una legge che anche a Trieste, allora facente parte dell’Impero Asburgico, permise alle ragazze di iscriversi alle scuole pubbliche e quindi, una volta ottenuto il diploma, di accedere ai corsi universitari (si è vista una situazione del genere in uno degli episodi del film in concorso a Venezia 82, “Silent Friend” di Ildikó Enyedi, di cui è protagonista una studentessa in un’università tedesca nel 1908 che prima di lei non aveva mai ammesso donne). L’unica ragazza in una scuola di maschi, in un contesto ambientale ancora inevitabilmente maschilista, aveva un effetto dirompente per la sola presenza ma creava scompiglio anche per il suo carattere forte e indipendente. Samani, cambiando epoca e non potendo escludere del tutto le altre figure femminili molto più integrate nella vita sociale rispetto a cent'anni fa, ha dovuto trovare il modo di mantenere lo stesso impatto esplosivo della comparsa di una nuova studentessa in una classe di soli maschi: la sua protagonista, Fred, è svedese, e oltre al fascino esotico dell’essere straniera, inclusa la barriera iniziale del linguaggio, porta anche una mentalità completamente diversa da quella dei giovani italiani che imparerà a conoscere.
Il gruppo e la dinamica sentimentale
La sceneggiatura, spostata avanti di un secolo, di questa versione cinematografica di “Un anno di scuola”, scritta dalla regista assieme a Elisa Dondi, segue lo stesso canovaccio del romanzo. Fred fa amicizia in particolare con tre compagni di classe molto legati tra loro, sebbene con caratteri diversi: il riservato Antero, l’esuberante Pasini e il bonario Mitis (si chiamano tutti sempre per cognome: il nome di battesimo è rigorosamente evitato). Fred cerca di farsi accettare nel loro gruppo e i ragazzi la accolgono, ma la natura ha le sue regole e sebbene venga sinceramente trattata come una della compagnia, è anche un elemento di attrazione fisica e sentimentale inesorabile per tutti.
Adolescenza come caos emotivo
Samani ha attinto non solo al testo di Stuparich ma anche alle sue stesse esperienze, che le hanno permesso di mettere in scena la Trieste dei suoi ricordi di diplomanda con un evidente affetto nei confronti dei personaggi. Ammettendo esplicitamente di non voler giudicare nessuno, ha ben raccontato le differenti velocità dello sviluppo emotivo adolescenziale tra maschi e femmine, non per fare graduatorie morali ma perché interessata a esplorare il caos inestricabile che rende ogni giornata della vita di un giovane un momento fondamentale, anche se quasi sempre è solo un’impressione volatile dovuta alla giovane età. È così soprattutto per i primi amori, generalmente di intensità inversamente proporzionale alla loro durata, e talvolta anche per le amicizie di gioventù, prima che la fine della scuola porti tutti su percorsi diversi. L'ultimo anno di scuola è una parentesi in vite auspicabilmente lunghe e varie, ma una parentesi affrontata come se si dovesse sperimentare tutto e subito perché c’è un confine – l’esame di fine anno – che cambierà tutto e fa paura.
Un cast di esordienti
Sui titoli di testa viene annunciato, quasi con orgoglio, che i quattro attori protagonisti sono tutti esordienti: Stella Wendick (Fred), Giacomo Covi (Antero), Pietro Giustolisi (Pasini) e Samuel Volturno (Mitis). La giuria della sezione Orizzonti, presieduta da Julia Ducournau, ha assegnato il premio come migliore attore a Covi, assumendosi il rischio di una scelta tra i quattro (almeno hanno avuto coraggio; non come la giuria dell’ultimo Festival di Locarno che, non sapendo scegliere, ha pensato bene di raddoppiare i premi agli attori). Ma è evidente che ognuno degli interpreti funziona solo in relazione con gli altri tre: la loro recitazione è un susseguirsi di azioni e reazioni che hanno senso solo in funzione dei rapporti umani che stanno rappresentando. La metafora citata nel film – molto apprezzata dagli spettatori veneziani – dei kiwi (i maschi) che maturano prima se stanno in mezzo alle mele (le femmine), potrebbe far ritenere che Fred sia la figura più rilevante della vicenda. In parte lo è, perché l’anno di scuola coincide con il suo arrivo in una città sconosciuta che per gli altri è casa, e perché la sua comparsa è un innesco: ma se non entrasse in contatto con gli altri, quell’ultimo anno di scuola non brucerebbe così tanto di vita e passioni.
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Scheda Film
Regia: Laura Samani
Sceneggiatura: Laura Samani, Elisa Dondi
Interpreti: Stella Wendick, Giacomo Covi, Pietro Giustolisi, Samuel Volturno
Fotografia: Inès Tabarin
Montaggio: Chiara Dainese
Produzione: Nefertiti Film, Rai Cinema, Tomsa Films, ARTE France Cinéma
Distribuzione italiana / piattaforma: Lucky Red
Durata: 102 minuti



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