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Le città di pianura (2025), recensione film: la malinconia veneta arma di critica sociale

26/02/2026 16:25

Matilde Migliosi

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Le città di pianura (2025), recensione film: la malinconia veneta arma di critica sociale

Francesco Sossai racconta la provincia veneta tra ironia e disincanto, trasformando la malinconia in uno strumento di critica sociale.

Nebbia, nostalgia e provincia

Francesco Sossai realizza un’opera ritenuta da molti il miglior film italiano in concorso a Cannes e lo fa uscire in sala in autunno, la stessa stagione in cui è stato girato, il tempo delle nebbie e della nostalgia. Doriano e Carlobianchi sono due veneti di mezza età che trascorrono le notti passando di bar in bar alla costante ricerca dell’ultima bevuta. Negli ingranaggi di questo circolo vizioso si incastra la vita concreta, con tutti i suoi problemi, e i nostri antieroi si ritrovano così ad andare a prendere all’aeroporto il Genio, un amico fuggito in Argentina vent’anni prima perché ricercato per truffa. Il loro viaggio attraversa il Veneto e dura un’intera notte, ma l’aeroporto a cui arrivano è quello sbagliato e nel frattempo incontrano e caricano in macchina, controvoglia, Giulio, uno studente rigido e diligente fuorisede a Venezia. Tra i tre si aprono conflittualità che altro non sono che uno scontro tra generazioni, ma che poi si trasformerà in una sgangherata e sincera amicizia.

La pianura come protagonista

Nonostante l’irresistibile duo comico, più simile a Raoul Duke e Dr. Gonzo in Paura e delirio a Las Vegas che a Stanlio e Ollio, la vera protagonista è un’altra: la malinconica pianura. La rotta che traccia la vecchia Jaguar di Carlobianchi, alias Charliewhite, attraversa Venezia, Altivole e i tanti paesi della provincia di Treviso, eppure galleggia costantemente in un non-luogo piatto e deturpato, ricordando Paris, Texas di Wim Wenders o i successi di Aki Kaurismäki. La famosa provincia italiana trova qui la sua occasione di ribalta, diventa un luogo di rappresentanza, una metafora di tempi gloriosi ormai andati, un ideale da perseguire, ritratta in infinite battute emblematiche, come quella di Giulio davanti a un dipinto della scuola del Veronese: “Un paesaggio che non esiste, senza tutte quelle città di pianura in mezzo”.

Generazioni e riscrittura degli stereotipi

È un paesaggio così indefinito da poter unire personaggi tanto distanti fra loro: i due ubriaconi nullafacenti, perfetta visione esteriore dell’uomo veneto, e il ragazzo che guarda la vita passare senza godersela. Quella rappresentata sulle scene altro non è che una moderna rivisitazione di Pinocchio, con il giovane che incappa nel Gatto e la Volpe, ma totalmente ribaltata, perché qui l’incontro diventa salvifico. Lo stereotipo riesce a cadere come un velo in momenti di serissima razionalità, quasi improbabili per il grado alcolico su cui si viaggia: ne è un esempio la teoria dell’utilità marginale decrescente così ben spiegata da Carlobianchi.

Ridere sull’orlo della decomposizione

Nonostante le premesse, in questo film si ride, e anche molto. Si ride insieme ai protagonisti per ogni minima battuta, mentre sullo sfondo aleggia un sentore oscuro, come di un’ineluttabile decomposizione. La provincia è stata uccisa dal sistema capitalista che l’ha prosciugata per anni, dalla gentrificazione delle grandi città, dall’americanizzazione che sembra voler trasformare la pianura soltanto in strade di lunga percorrenza. In questo panorama destinato a scomparire serve una mappa per orientarsi, necessitano luoghi simbolici come punti di riferimento e, mentre il terreno si sgretola, ecco che compare la brutalista Tomba Brion. Tanto amata da Giulio ma sconosciuta ai due compagni: “Come fate a non sapere un cazzo di dove vivete?” - “Perché non sappiamo un cazzo ma sappiamo tutto”.

Un urlo nella nebbia del cinema italiano

Questo è un racconto potentemente inedito nel panorama cinematografico italiano, eppure non così sconosciuto e sempre attuale: la stessa rassegnazione che cantava Vasco Brondi de Le Luci della Centrale Elettrica nel 2017, con la stessa energia che anima la compagnia del film. 

Da tre giorni la stessa canzone 
Due bar, una chiesa, una farmacia, un negozio di alimentari 
No, non c'è la stazione 
Non c'è niente da dire, niente da spiegare 
Niente da capire, c'è solo da esistere 
E da lasciare correre 
Nel profondo Veneto

Allora, in fondo, quest’opera, tra una risata e l’altra, non è altro che un grandissimo urlo di rivolta, un modo di trasformare la malinconia – così pregnante di questo ambiente – in una potentissima arma di critica sociale: ci viviamo in molti, siamo tutti provincia, e questa è una richiesta di aiuto. In un momento storico in cui la produzione cinematografica in Italia si rifugia nei canoni della commedia oppure punta verso l’estero, Le città di pianura diventa un faro nella nebbia di un genere nazionale che brancola nel buio. Non per la sua originalità, ma per il suo sincero ripescare i punti di forza di una stagione amata e celebrata, con chiari riferimenti a Il sorpasso di Dino Risi e Amici miei di Mario Monicelli. Forse è citazionismo da manuale, forse è la chiave di un secondo neorealismo, questa volta non postbellico ma forse prebellico, che ne conserva i valori e la fantasia. In ogni caso è stato bello, anche se per un solo secondo, pensare di aver scoperto il segreto del mondo.

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Scheda Film

Titolo originale: Le città di pianura
Genere: Commedia, Drammatico
Paese: Italia
Anno: 2025
Regia: Francesco Sossai
Sceneggiatura: Francesco Sossai
Interpreti: Filippo Scotti, Sergio Romano, Andrea Pennacchi
Fotografia: Massimiliano Kuveiller
Montaggio: Paolo Cottignola
Musica: Krano
Produzione: Vivo Film
Distribuzione: Lucky Red
Durata: 100'
Uscita: 02/10/2025

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