
Quando la distopia non richiede più immaginazione
L'8 aprile 2026, alle 8 di sera ora della costa Est degli Stati Uniti, scadeva l'ultimatum di Donald Trump all'Iran: riaprire lo Stretto di Hormuz o affrontare la distruzione delle infrastrutture civili del Paese. Quella mattina, Trump aveva scritto sui social: “Una civiltà intera morirà stanotte, e non tornerà mai più”. Poche ore prima di quella scadenza, su Prime Video comparivano i primi due episodi dell'ultima stagione di The Boys. Non era mai successo che la finestra tra la minaccia di un villain della narrativa di genere e quella di un capo di Stato si riducesse a qualche ora sullo stesso calendario. The Boys è andata in onda per la prima volta nel 2019 raccontando un futuro prossimo distopico in cui supereroi aziendali gestiti da una corporation multinazionale governano l'America attraverso il consenso mediatico e la violenza sistematica. Nel 2026, mentre gli ultimi episodi escono settimanalmente, quella distopia non richiede più sospensione dell'incredulità.
Dove eravamo rimasti
La serie segue due gruppi contrapposti: da un lato i Sette, supereroi gestiti dalla Vought International; dall'altro i Boys, vigilanti senza poteri guidati da Billy Butcher, ossessionato da Homelander, Patriota nella versione italiana, che ha violentato Becca, sua moglie. Per quattro stagioni ogni crimine viene trasformato in problema di immagine e ogni opposizione neutralizzata: Stormfront, supereroina nazista, viene fermata ma Patriota ne eredita il pubblico. Butcher si avvelena con il Composto V per combatterlo, ci va vicino, ma fallisce, e il figlio di Patriota, Ryan, nato dalla violenza, sceglie il padre. Nella quarta stagione Patriota prende il controllo dell'America con l'aiuto della stratega Sister Sage, piazza un presidente fantoccio e alla fine lo fa arrestare per mettere al potere un proprio fedele; i Boys vengono catturati, Butcher uccide l'ultima possibile alleata e fugge solo. Patriota è all’apice del suo potere.

Oltre il mostro: il trionfo della Vought
L'errore più comune che si commette analizzando la serie è considerare Patriota, interpretato magistralmente da Antony Starr, come l'origine del male. Certamente ne è il volto più terrificante, ma non è la causa. La radice è la Vought International, una corporation capace di trasformare ogni atrocità in un problema di immagine gestibile dall'ufficio pubbliche relazioni. Apparentemente non c'è niente di ambiguo in Patriota, e ogni volta che la serie sembra offrire una crepa nel personaggio, la Vought insabbia tutto immediatamente. Questa è la distinzione che la stagione finale stabilisce con più chiarezza già nei primi due episodi. Ashley Barrett, ex CEO della Vought che abbiamo visto per quattro stagioni terrorizzata da Patriota e costretta a coprire crimini sempre più gravi per sopravvivere, è ora Vicepresidente degli Stati Uniti. Non ha avuto bisogno di scalare le istituzioni perché queste si sono adattate al sistema di cui lei è diventata parte, sopravvivendo. Non c'è corruzione in questo percorso, solo la logica ordinaria di un ecosistema che premia chi gestisce i danni con maggior efficienza. È l’applicazione pratica del realismo capitalista di Mark Fisher: il capitalismo, e qui la Vought, non ha bisogno di apparire perfetto; gli basta rendere impensabile qualsiasi alternativa. In The Boys, perfino la rivolta diventa un prodotto: la resistenza di Starlight genera hashtag e merchandising. Se la protesta diventa virale sui canali della Vought, la Vought ha già vinto.
Il simulacro e il pubblico che tifa per l’orrore
In una sequenza del primo episodio viene mostrato come Starlight riesca a far proiettare davanti agli azionisti della Vought il filmato del famoso volo 37: il momento, sepolto dalla prima stagione, in cui Patriota abbandonò i passeggeri di un aereo al loro destino. La Vought risponde in pochi minuti: il video è falso, generato dall'intelligenza artificiale, parte di una campagna di disinformazione. In tre minuti, la scena liquida decenni di teoria della comunicazione. Guy Debord scriveva nel 1967 che nella società dello spettacolo la rappresentazione sostituisce l’esperienza. The Boys dimostra come nella serie non esista il fatto, esiste soltanto la sua versione distribuita. La realtà non viene soppressa ma resa difficilmente gestibile, e nell'ingestibilità il potere trova la sua forma più stabile. Patriota non ha bisogno di un programma politico coerente; gli basta un sondaggio in tempo reale che gli indichi quale pancia del Paese solleticare. Sotto il costume c'è il vuoto, riempito dalle proiezioni di un pubblico che cerca il piacere di vedere qualcuno agire senza conseguenze. La serie lancia inoltre un atto d'accusa durissimo al suo stesso pubblico. Fenomeni reali come l'hashtag #homelanderwasright dimostrano che una parte degli spettatori non vede in Patriota un monito, ma un esempio di forza bruta liberatoria. È il cinismo elevato a ideologia: non credere in nulla, ma godere del fatto che qualcuno possa finalmente “fregarsene della morale”. La violenza di The Boys, sempre più estrema, non è gratuito splatter, ma una misura della nostra indifferenza. Siamo assuefatti a un feed quotidiano dove un video di guerra segue quello di un gattino. La morte silenziosa di uno dei personaggi storici nel primo episodio, un sacrificio che non finisce sui social e non genera “engagement”, è forse l'unico barlume di autenticità rimasto in un mondo di simulacri.
Tutti patrioti, tutti Patriota
Certamente The Boys non è una serie consolatoria e non lo diventa nell'ultima stagione. Quello che il finale porta in superficie è la domanda su cosa rimane quando qualcosa, in un supereroe come Patriota, si incrina senza crollare: quando la prova esiste, viene chiamata fake; quando il crimine è visibile, viene gestito dai PR; quando la resistenza è ben organizzata, viene venduta come brand. Il problema non è più distinguere i buoni dai cattivi, ma capire in quanti abbiano smesso di fare quella distinzione. Il vero erede di Patriota non è altro che un mondo disposto a idolatrarlo. La stagione ha otto episodi. È presto per sapere se la serie riuscirà a trovare un finale all'altezza di quello che ha costruito. Quello che gli episodi usciti fino a ora dimostrano è che The Boys rimane, nel bene e nel male, la serie che ha saputo spiegare meglio cosa significhi fare satira quando la distanza tra finzione e realtà ha iniziato a essere palpabile.




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