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Backrooms (2026), recensione film: l’incubo nato su YouTube arriva in sala

29/05/2026 00:26

Ivan Antonov

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Backrooms (2026), recensione film: l’incubo nato su YouTube arriva in sala

Kane Parsons porta al cinema l’incubo liminale delle Backrooms, trasformando l’ansia digitale in un horror suggestivo e imperfetto.

La porta della cantina

J.R.R. Tolkien sosteneva che la più bella combinazione di parole in lingua inglese fosse “cellar door”. La sua riflessione non deriva tanto dal significato della parola, ma dal suono armonioso e, allo stesso tempo, misterioso che queste due parole vicine possono creare. In italiano la fonetica di questi due termini non è altrettanto affascinante, la traduzione è infatti “porta della cantina”, ma questo significato, per quanto semplice, ha sempre creato in me una sensazione di mistero, di ignoto, come se creasse un luogo in cui tutto può avvenire, anche ciò che è lontano dalla comprensibilità umana. Le Backrooms nascono come creepypasta su forum online come 4chan e poi esplodono su YouTube attraverso video analog horror, rappresentando una versione distorta della quotidianità: corridoi infiniti illuminati da neon malati, uffici vuoti, moquette umide, stanze senza uscita. Spazi liminali. Spazi che non esistono ma che, allo stesso tempo, possono apparire come già visti. Luoghi di passaggio privati della loro funzione, sospesi tra familiarità e alienazione, che generano inquietudine proprio perché sembrano appartenere a un ricordo collettivo impossibile da collocare con precisione.

L’incubo architettonico di Kane Parsons

Il film di Kane Parsons, conosciuto su YouTube come Kane Pixels e divenuto noto proprio per i video analog horror ambientati nelle Backrooms, riesce inizialmente a tradurre molto bene questa sensazione. La regia insiste sulla geometria impossibile degli ambienti, sui silenzi artificiali, sui rumori elettrici continui che sembrano divorare ogni presenza umana. La cosa più interessante è che l’orrore non nasce tanto dalla creatura o dal jumpscare, quanto dalla percezione dello spazio stesso. Le Backrooms diventano un incubo architettonico: un mondo che continua a espandersi senza offrire alcuna direzione, come se il concetto stesso di realtà si fosse inceppato, un luogo in cui la realtà stessa viene assorbita dall’architettura.

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Dal web al cinema

Si sente moltissimo l’origine YouTube del progetto: il film si apre e prosegue in altre scene con le riprese analogiche in POV tipiche dei video dello stesso regista, ma sorprendentemente questo non è un limite. Anzi, Parsons dimostra di aver capito meglio di molti registi horror contemporanei come utilizzare il digitale e l’immaginario internet senza trasformarlo in qualcosa di artificiale o disperatamente giovane, proprio perché lui si può definire proprietario di quel tipo di linguaggio. L’estetica found footage, la compressione dell’immagine, i movimenti nervosi della videocamera e la costruzione frammentaria della narrazione conservano quella sensazione di materiale proibito e semi-amatoriale che aveva reso celebri i suoi video online. Il passaggio dal web al cinema qui non appare come un’operazione commerciale costruita a tavolino, ma come un’evoluzione naturale di un linguaggio già fortemente cinematografico.

Un esperimento raro, suggestivo e imperfetto

Il problema emerge soprattutto nel finale (attenzione spoiler). A un certo punto il film sembra voler allargare il discorso: le Backrooms non sono più soltanto un labirinto fisico, ma diventano uno spazio esistenziale, un luogo in cui l’identità si dissolve progressivamente. Ci si inizia a chiedere chi siamo davvero all’interno di questi ambienti incomprensibili, se esista ancora una distinzione tra individuo e spazio, tra memoria e simulazione. L’idea è potente, quasi filosofica: le Backrooms sono in fondo una metafora del mondo contemporaneo stesso, che appare infinito, impersonale, sovraccarico di immagini e incapace di offrire orientamento. Tuttavia, Parsons non approfondisce davvero questa intuizione. Il film accenna continuamente a qualcosa di più grande senza riuscire a svilupparlo fino in fondo, come se avesse paura di rallentare il ritmo o di abbandonare definitivamente la grammatica del video online per entrare in un territorio più riflessivo. Rimane quindi la sensazione di un’opera estremamente suggestiva, a tratti davvero disturbante, ma a cui nel finale sembra mancare qualcosa, elemento assolutamente giustificabile per un regista giovanissimo al suo primo film. Nonostante questo, Backrooms resta un esperimento raro nel panorama horror contemporaneo: un film che nasce direttamente dalla cultura di internet senza tradirne l’origine, capace di trasformare l’ansia digitale e l’estetica dei non-luoghi in un’esperienza cinematografica genuinamente inquietante. E forse è proprio questo il suo risultato più importante.

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Scheda Film

Titolo originale: Backrooms
Regia: Kane Parsons
Sceneggiatura: Will Soodik
Interpreti: Chiwetel Ejiofor, Renate Reinsve, Mark Duplass, Finn Bennett, Lukita Maxwell, Avan Jogia
Fotografia: Jeremy Cox
Montaggio: Greg Ng
Musica: Edo Van Breemen, Kane Parsons
Produzione: A24, Chernin Entertainment, Atomic Monster, 21 Laps Entertainment, North Road Films, Phobos
Distribuzione italiana / piattaforma: I Wonder Pictures
Durata: 105 minuti
Distribuzione: I Wonder Pictures

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