Kristen Stewart dietro la macchina da presa
Kristen Stewart, alla sua prima prova registica, adatta il memoir di Lidia Yuknavitch, elaborando un’interpretazione del testo che ne privilegia l’aspetto visivo. Diventare regista non è semplice e, i numeri parlano chiaro, lo è ancora meno se a volerlo essere è una donna. È forse per questo che molte tra le nuove leve registiche femminili vengono da un passato attoriale, ambiente in cui è più facile entrare, ma che non garantisce continuità di lavoro oltre la soglia dei quaranta. È il caso di nomi come Maggie Gyllenhaal, Greta Gerwig e Olivia Wilde, che hanno saputo sfruttare bene la notorietà nell’ambiente per lanciare una carriera nel cinema, dapprima indipendente, per andare poi a consolidarsi nell’industria delle medie e grandi produzioni. L’ultima aggiunta a questo gruppo sembra essere Kristen Stewart, la quale, dopo più di vent’anni da attrice, è passata alla regia con La cronologia dell’acqua, lungometraggio indipendente in cui Stewart figura anche in qualità di sceneggiatrice e produttrice.
Mossa dalla stessa forza ribelle che l’ha portata, nella seconda parte della sua carriera, ad assicurarsi ruoli nel cinema d’autore, al fine di scrollarsi di dosso i pregiudizi legati agli inizi nel cinema commerciale, l’approccio di Stewart alla regia non sembra un cambio radicale di percorso, quanto più la crescita organica di un’artista in divenire. La sua opera prima è la trasposizione del memoir dallo stesso titolo scritto da Lidia Yuknavitch, autrice statunitense, testo non facile da mettere in scena per via della frammentarietà poetica che lo caratterizza. Lavorando a stretto contatto con Yuknavitch, Stewart ha prodotto una sceneggiatura fedele al testo di partenza ed è riuscita a tradurla in forma visiva facendo riferimento al corrispettivo cinematografico della poesia: il cinema sperimentale.
Il nuoto come fuga, l’acqua come rifugio
Come da titolo, l’acqua ricopre un ruolo fondamentale all’interno della storia. Seguiamo infatti Lidia, dall’infanzia fino all’età adulta, afflitta da una vita a lei ostile: il padre abusivo, la madre alcolizzata, la sorella scomparsa, fuggita in cerca di qualcosa di meglio. Lidia trova nel nuoto l’unico modo per dimenticare la vita che la circonda; l’acqua diventa per lei il liquido amniotico capace di oscurare il rumore e, anche se per poco tempo, proteggerla. Il nuoto diventa poi vero motore salvifico quando le offre la possibilità di ottenere una borsa di studio per meriti sportivi in un’università del Texas, dandole la possibilità di allontanarsi dal padre, sempre più violento e iracondo. Legata indissolubilmente all’acqua, Yuknavitch la usa come mezzo tramite cui filtrare le sue memorie che, proprio come l’acqua, scorrono insieme, frammenti che si mescolano e scambiano.
Per comunicare l’associazione libera di memorie, guidate da un flusso di pensiero istintivo e privo di un apparente senso cronologico, e per immergere lo spettatore non in una storia, ma nel ricordo di essa, Stewart ha optato per un’estetica visiva che ricordasse i filmini di famiglia che si giravano su piccole macchine da presa negli anni Ottanta. Girato in 16 mm, il film presenta un’immagine sempre costretta nel riquadro nero e sfrangiato della vignettatura. Nonostante la forte presenza di immagini d’acqua, i colori sono caldi, spesso tendenti al giallo sfocato, mentre la luce è spesso bruciata e sconfina nel bianco. Attingendo alle innovazioni del cinema femminista sperimentale degli anni Settanta, Stewart riesce a comunicare la natura fragile e nebulosa dei ricordi, senza però cedere sull’accessibilità dell’opera: sebbene la storia sia raccontata in modo frammentato, procedendo per ellissi, La cronologia dell’acqua è comunque un rappresentante di quel cinema d’autore addomesticato alle necessità di comprensione del pubblico generalista.
La collaborazione tra regista e attrice
Conoscendo il passato attoriale di Stewart e i nomi dei registi con cui ha collaborato, non è difficile immaginare che il reparto in cui eccelle La cronologia dell’acqua sia proprio quello della direzione degli attori. Nel cast, composto in larga parte da nomi attivi nel cinema indipendente, figurano Thora Birch, nel ruolo della sorella di Lidia, Jim Belushi, che interpreta il padre, e Imogen Poots, nei panni di Lidia. Britannica, ma attiva da anni nel cinema e nella televisione statunitensi, Poots è il cuore del film.
Sebbene debba coprire un arco temporale abbastanza lungo, dalla prima adolescenza alla piena età adulta, periodo in cui il corpo di una persona cambia e matura, la sua performance si adatta e asseconda quelli che sarebbero i mutamenti voluti dal tempo e dalle esperienze, sventando il pericolo di cadere nell’assurdo. La recitazione di Poots privilegia lo sguardo: i suoi occhi non sono solo capaci di esprimere emozioni complesse, ma sono in grado di trasportare lo spettatore all’interno di esse, come se, tramite il suo sguardo, lo invitasse, anzi, lo sfidasse, a entrare nel suo mondo, fatto di rabbia, ribellione e un indomito rifiuto della docilità. La macchina di Stewart lavora fianco a fianco con Poots, amplificando il potere dei suoi occhi tramite la prevalenza di primi e primissimi piani, che producono una sensazione di invasione dell’intimità, scelta furba, ma funzionale, volta a sottolineare la perdita di controllo sul corpo da parte di Lidia e la susseguente lotta per riottenerlo.
Nuotare controcorrente
La lotta di Lidia non si conclude con l’allontanamento dalla casa paterna, si potrebbe anzi dire che quello è il momento in cui la lotta inizia. La sua vita è stata infatti, fino a quel momento, una costante contrattazione sui diritti del suo corpo e del suo io, negati dalla famiglia e affermati dal controllo che le concede il nuoto. Senza quel meccanismo, finalmente “libera”, Lidia non sa come comportarsi: come un naufrago vede in qualunque appiglio una possibilità di salvezza, che sia alcol, droga, amore, tutto ciò che offre la possibilità di perdere quel controllo tanto desiderato sembra poter risolvere e sanare il passato. È questa la parte più interessante di La cronologia dell’acqua: laddove altri film sullo stesso argomento avrebbero chiuso la storia al momento della fuga, Stewart la fa cominciare proprio da lì, mostrando cosa succede dopo che la società dichiara salva una persona. Senza temere di alienare lo spettatore con una protagonista che non aderisce ai canoni della “vittima perfetta”, Stewart e Poots costruiscono l’immagine di una donna costretta continuamente a nuotare controcorrente e che, talvolta, sente nella corrente il richiamo dolce dell’oblio.
Il binomio attrice-regista funziona bene nel creare una storia dal taglio personale che riesca ad affascinare e catturare lo spettatore. Nonostante l’argomento spinoso, facilmente sfruttabile al fine di ottenere una forte reazione viscerale da parte del pubblico, Stewart riesce a trattarlo con delicatezza, puntando più sul generare una riflessione che vada oltre la singola situazione ritratta, e ciò le riesce bene quando si focalizza sull’aspetto visivo della narrazione. Il film tende invece a essere meno convincente nei dialoghi, che tentano di catturare la verve poetica della scrittura di Yuknavitch, ma che, fuori dal contesto narrativo originale, cadono in un’ingenua banalità. Nonostante le origini di testo scritto, La cronologia dell’acqua è un film d’immagini e sensazioni visive e, come tale, funziona, anche se la sua vera forza sta nella collaborazione tra Imogen Poots e Kristen Stewart, che sembrano mosse dallo stesso desiderio di creare qualcosa che lasci il segno e di provare al mondo che la loro bravura va oltre ciò che è stato loro finora riconosciuto.
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Scheda Film
Titolo originale: The Chronology of Water
Regia: Kristen Stewart
Sceneggiatura: Kristen Stewart
Interpreti: Imogen Poots, Thora Birch, Jim Belushi, Susannah Flood, Tom Sturridge, Kim Gordon, Michael Epp, Earl Cave, Esmé Creed-Miles
Fotografia: Corey C. Waters
Montaggio: Olivia Neergaard-Holm
Musica: Paris Hurley
Produzione: Scott Free Productions, CG Cinéma, Nevermind Pictures, Forma Pro Films, Curious Gremlin, Fremantle, Whiz Movies, Lorem Ipsum Entertainment, Scala Films
Distribuzione italiana / piattaforma: Wanted
Durata: 128 minuti



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