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Dallas Buyers Club

18/11/2013 12:00

Erika Pomella

Recensione Film,

Dallas Buyers Club

Il trionfo di Jean-Marc Vallée e Matthew McConaughey

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Ci sono attori che sembrano passare gran parte della propria carriera a cercare una via di fuga da uno status quo imposto dall’industria cinematografica, molto spesso indifferente alle potenzialità di un interprete e tutta orientata verso l’offerta rituale al dio denaro. Quando vent’anni fa esordì Matthew McConaughey, la strada sembrava segnata: perso nei meandri del sex-symbol di turno, l'interprete si sarebbe incollato ermeticamente a ruoli da fidanzato d’America, tutto rose e cuori. Poi, nel 2011 sbarcò al lido di Venezia Killer Joe, capolavoro firmato William Friedkin, che sedusse il pubblico proprio grazie all’interpretazione del Dallas di Magic Mike. A breve distanza, e sempre nella vetrina internazionale di un Festival – stavolta quello di Roma -, McConaughey ritorna con un altro ruolo che ne sottolinea il talento e che lo proietta alla prossima cerimonia degli Oscar.


Tratto da una storia vera, Dallas Buyers Club racconta la storia di Ron Woodroof, un elettricista appassionato di rodeo che, da un giorno all’altro, scopre di essere sieropositivo. I medici – tra cui la bella Eve Saks (Jennifer Garner) – gli diagnosticano trenta giorni di vita e consigliano all’uomo di concludere le sue faccende prima di accomiatarsi dal mondo. Rifiutato dagli amici di sempre, e trattato come un reietto dalla società intera, Ron cerca nelle cure alternative e sperimentali una via di fuga dalla propria condanna a morte. Dopo aver provato gli effetti collaterali dei farmaci considerati legali negli Stati Uniti, Ron decide di varcare il confine e in Messico prova sulla sua pelle gli effetti positivi legati a cure naturali. I trenta giorni diagnosticati all’inizio si allungano in settimane e mesi, durante le quali Ron, insieme all’aiuto di Rayon (Jared Leto), un transessuale malato di Aids, decide di mettere su un’associazione che, attraverso la tassa mensile di 400 dollari, permette a molti sieropositivi di avere medicinali sperimentali. Il Dallas Buyers Club di Ron, però, non piace alle istituzioni mediche né alle associazioni governative, che faranno di tutto per smantellarlo.


Il regista Jean-Marc Vallée si impegna nel costruire un ambiente diegetico storicamente dettagliato, che insegue i feroci anni ’80 americani di un Texas retrogrado e quasi primitivo. Le sue inquadrature a volte ariose e a volte strette creano un universo crudo, brutale, eppure fatalmente realista. Ma, soprattutto, Vallée si mostra perfettamente a suo agio nel celare la propria presenza e la propria impronta stilistica nelle spire di interpretazioni ipnotiche. Senza mai scivolare nella prostituzione del dolore o ricorrere a facili pietismi che possano smuovere le coscienze degli spettatori, Vallée punta tutto sul suo protagonista, un McConaughey dimagrito fino all’osso, rinunciatario della propria ostentata bellezza per raccontare le brutture di un personaggio rozzo e volgare, politicamente scorretto e profondamente omofobo che combatte per la sopravvivenza. L’arco evolutivo è presente, ma non cambia ciò che Ron è nel profondo, nessuna redenzione viscerale. Il Ron di Matthew McConaughey è un uomo che si avvede, che nota cose che la malattia gli rendono più comprensibili, ma che rimane sempre lo stesso dannato rodeo-man. A tutto ciò si aggiunge anche l’apporto immenso dato da Jared Leto, assolutamente irresistibile nei panni di Rayon, un transessuale tossicodipendente che riesce, da solo, a creare delle crepe nel muro di cinta che Ron ha costruito intorno a sé. I due, così diversi e così potenzialmente avversi, finiscono col diventare soci in affari e ben presto le preoccupazioni del Dallas Buyers Club diventano le preoccupazioni di due malati terminali che cercano, nei propri simili, un appiglio per non lasciarsi trasportare dall’oblio della disperazione. Due combattenti irriducibili, due teste dure che hanno deciso di prendere a pugni la vita; e questa continua lotta disperata, con pochi sprazzi di felicità, è raccontata alla perfezione dalla sceneggiatura solida di Craig Borten e Melisa Wallack, che rimanda dialoghi brillanti, monologhi commoventi e un continuo rialzare la testa dopo l’ennesimo colpo mancino.


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