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Felice chi è diverso

07/03/2014 11:00

Davide Stanzione

Recensione Film,

Felice chi è diverso

Felice chi è diverso di Gianni Amelio è un documentario nel senso pieno e puro del termine, un indagine nell’immaginario collettivo che concentra nelle mani del

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Felice chi è diverso di Gianni Amelio è un documentario nel senso pieno e puro del termine, un indagine nell’immaginario collettivo che concentra nelle mani del regista gli strumenti dello storico, del sociologo, dell’archivista. Come un demiurgo delle emozioni oltre che del materiale audiovisivo e forse ancor prima di esso, Amelio intervista una serie di omosessuali, spesso in là con gli anni, che hanno vissuto sulla propria pelle una condizione non facile. In momenti in cui essa era perfino bandita dalla raffigurazione mediale, costretta dal regime fascista al silenzio dell’inesistenza prima e non meno velata - per usare un eufemismo - poi dal dopoguerra. Amelio raccoglie delle testimonianze che vanno a comporre un collage vitalistico e liberatorio, nel quale parlare di omosessualità non è tabù e può finalmente coincidere con la liberazione del pregiudizio, con la libertà di un’uguaglianza da rivendicare attraverso delle vite vissute a testa alta, senza piangersi addosso, con la consapevolezza di essere nel giusto. Le parole che Amelio cattura raccontano la dignità di chi esiste lottando, ancora oggi, per difendere la naturalità tutt’altro che scandalosa dell’essere diverso essendo diversi, parafrasando il verso di Sandro Penna che dà il titolo al film («Felice chi è diverso essendo egli diverso. Ma guai a chi è diverso essendo egli comune»).


Il documentario di Amelio fa coincidere la vecchiaia e lo scorrere del tempo con la possibilità di dar vita a quello che è anche uno scavo nell’iconografia omosessuale del nostro paese, vale a dire nel modo in cui i media, le tv e i giornali hanno rappresentato l’omosessualità, spesso triturandola con le giunture aguzze di una gigantesca macchina del fango eterosessuale. Le “antilopi dal vizio capovolto”, veloci ad accoppiarsi in fretta e furia secondo quella che è la vulgata sull’essere gay, diventano così il nucleo centrale di un viaggio nel polso di una collettività viziata e incancrenita dal preconcetto, contro la quale l’unico antidoto possibile diventa il sereno equilibrio di chi ha accettato e si è accettato. Elevando, al quadrato e anche oltre, il potere di una misericordia da rivolgere sia verso la difficoltà della propria condizione che contro i mali dell’omofobia di una qualunque persona media e dunque mediamente omofoba. Stupisce, in particolare, la testimonianza di una vecchia trans che Amelio filma con pudore estremo, non mancando però di mettere a nudo la complessità tormentata, irrisolta e non del tutto compiuta di un passaggio umano ancor prima che psichico di queste proporzioni, come può essere per l’appunto un cambiamento di sesso. Il regista non ha paura di smuovere gli angoli più scomodi della ricezione del sentimento omosessuale, nel senso comune e non, ma si permette anche delle divagazioni più frivole, come gli inserti tratti da celebri film della commedia all’italiana (Il sorpasso e Ieri, oggi e domani). L’andamento del film è intervallato così da note di leggerezza che danno vividezza e passione, restituendo tutte le gradazioni di colore (non solo il rosa) dell’omoaffettività.


Ed è proprio da questo termine così insolito e non ancora contemplato da indici dei neologismi e dizionari che si dovrebbe partire - per Amelio ma anche per chi scrive -, per provare a invertire la rotta su quella che è molto spesso l’automaticità con cui il gay viene visto e pensato, secondo un doppio procedimento mentale che lo riduce a macchietta, a ibrido da pestare, ghettizzare o martoriare. L’importanza antropologica del documentario di Amelio non sta solo nella dovizia con cui si avventura nelle fonti, ma anche nella grazia con cui ci fa intendere chiaramente che il lavoro da fare è ancora moltissimo e in larga parte non avviato (non che non lo sapessimo, ma una strigliata non può che far bene). Il giovane bergamasco omossessuale Aaron, che parla alla fine a suggellare un discorso preciso, è l’ennesima prova di un futuro da costruire, di una civiltà da edificare ma ancora priva delle fondamenta migliori e più degne da cui cominciare per porre il primo di una lunga serie di mattoni.



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