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Il Buono, il Brutto e il Morto

02/11/2017 11:00

Pietro Sidoti

Recensione Film,

Il Buono, il Brutto e il Morto

Un memento in salsa western-tex-mex-poliziesca

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Un Memento in salsa western-tex-mex-poliziesca. Un uomo svenuto in un deserto, appoggiato a una macchina piena di sangue, con accanto una pistola; vicino un morto, anzi dei morti: è questo il prologo di un action-movie con qualche nome famoso; opera di un regista, Timothy Woodward Jr. che fa dell’action il proprio marchio di fabbrica. Anche se questo film, sicuramente per la presenza di Danny Trejo e Dolph Lundgren è il primo che ha raggiunto l'Italia.


Gli attori, forse anche a causa di una sceneggiatura poco caratterizzante e di una grafica didascalica (a volte troppo), rimangono intrappolati dentro stereotipi abbastanza chiari fin dall’inizio: sceriffi corrotti, donne traditrici, sbirri incorruttibili, medico legale simpatico che fa/dice cose buffe. Tutto già visto, prevedibile e scontato (la DEA potentissima che può accedere a qualsiasi database; il CSI che in mezz’ora fa le analisi di qualsiasi cosa e risale a marca e modello dalla sgommata nella sabbia di un furgone; il narcotrafficante delinquente ma, in fondo, onesto), cosa che però non toglie nulla alla visione: 84 minuti di scazzottate e indagini, abbastanza ben mescolate, che intrattengono e non annoiano, con qualche dialogo di troppo col classico personaggio che spiega la situazione, raccontando tutta la storia dall’inizio alla fine.


Tralasciando la discutibile scelta della traduzione italiana del titolo (ripresa anche in Regno Unito, Olanda e Svezia), che ha generato una diatriba ormai vecchia, il titolo originale 4GOT10 è più incisivo e chiarifica meglio la visione, seppur anch’esso manifesti, nella scelta dei numeri al posto delle lettere, il desiderio di strizzare l’occhio ai più giovani. Lundgren, Trejo e la Fox alzano un pò il livello, ma solo a livello di nomi: la loro recitazione è scontata e bloccata, complice la sceneggiatura abbastanza telefonata. La fotografia, come montaggio e regia, è piuttosto televisiva (nessuna profondità di campo, una sola sghembatura, tra l’altro inutile, dell’inquadratura); i colori son desaturati, con un velo di seppia a coprire tutto, che esaltano l'arido deserto americano-messicano. Le scene di azione non sono girate male, ma certo si vede la pochezza dei mezzi a disposizione. Alcune buone idee rimangono nella testa degli autori, senza volerne uscire: come la scena dei due nemici, il Bene e il Male, che si scontrano e si sparano fino a uccidersi. Per il resto, a parte qualche ralenti di troppo, il film scorre tranquillamente, senza infamia e senza lode, dall’inizio alla fine. La colonna sonora è affidata a Sid De La Cruz, “storico” musicante dei film di Timothy Woodward Jr., che qui però riesce a infastidire non poche volte, enfatizzando scene che non lo meritano e trascurandone altre che invece avrebbero meritato almeno un fondo (una su tutte il furgone che fa una curva a destra che vediamo almeno tre volte). Il doppiaggio è forse peggiore della colonna sonora: voce roca per tutti; e, se ci si distrae un attimo dallo schermo, non si riesce a distinguere un personaggio dall'altro. Il finale lascia lo spazio, almeno in potenza, per un seguito, che forse mai nessuno vedrà.


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