Non un film sull’immigrazione, ma una migrazione dentro noi stessi
Nessun dolore non è un film sull’immigrazione. O, almeno, non lo è nel senso in cui lo era Lamerica, l’opera con cui Gianni Amelio, più di trent’anni fa, raccontava l’esodo albanese e le sue implicazioni storiche, politiche e sociali. Nel nuovo film, presentato a Venezia nella sezione Venice Open – Fuori Concorso, il fenomeno migratorio rimane una realtà concreta e dolorosa, ma non rappresenta il punto di arrivo del racconto. È piuttosto la soglia attraverso la quale il regista ci conduce verso una questione più intima e universale: la solitudine degli esseri umani e la loro progressiva incapacità di riconoscersi gli uni negli altri.
È una prospettiva differente da quella di Io capitano, dove Matteo Garrone sceglieva di guardare la migrazione con gli occhi di chi affronta il viaggio verso l’Europa. La migrazione raccontata da Amelio è soprattutto interiore. È il difficile attraversamento che può condurre una persona fuori dalla propria chiusura, dalla propria paura e da quella rassicurante indifferenza nella quale è possibile vivere senza vedere davvero ciò che accade accanto a noi. È il passaggio dall’isolamento all’empatia, dall’automatismo alla consapevolezza, dalla contemplazione distratta del dolore altrui alla decisione, imperfetta e persino disperata, di farsene carico. Per questo la frase posta all’inizio del film, «Una storia che deve ancora accadere», non introduce un evento eccezionale o lontano. Suggerisce, al contrario, che ciò che stiamo per vedere potrebbe riguardare ciascuno di noi. La storia deve ancora accadere perché, in forme differenti, continua ad accadere ogni giorno: nelle città che attraversiamo senza guardarci, nei rapporti che consumiamo senza incontrarci, nelle sofferenze che sfioriamo senza riconoscerle.
Roma, geografia della solitudine
Roma appare meravigliosa, viva, attraversata da una luce capace di esaltarne la bellezza e, nello stesso tempo, di rendere ancora più evidente il contrasto con le esistenze solitarie che la abitano. Non è una semplice cornice: diventa la rappresentazione esteriore di una condizione umana. Migliaia di persone condividono le stesse strade, gli stessi ospedali, gli stessi palazzi, eppure sembrano procedere ciascuna all’interno di un confine invisibile. Sono corpi vicini che non si incontrano. Persone ripiegate su sé stesse, talmente assorbite dalle proprie paure e necessità da non vedere chi passa loro accanto. Ma l’intuizione più dolorosa del film è che questa incapacità di guardare l’altro nasca, prima ancora, dalla paura di guardare sé stessi. Chi si chiude non evita soltanto il mondo: evita la propria vulnerabilità, il proprio bisogno di essere visto, la possibilità di dipendere emotivamente da qualcuno.
Nel corso della conferenza stampa veneziana Amelio ha ricordato come chi ha paura e non esce da sé finisca per non incontrare nessuno, né da amare né da odiare. Nessun dolore abita precisamente questo spazio: il deserto creato dalla mancanza di reciprocità. La sua Roma è affollata e deserta insieme, popolata da esseri umani che procedono con il pilota automatico, apparentemente protetti dalla distanza, ma profondamente soli. Solitudine ed emarginazione erano già state raccontate dal cinema italiano anche attraverso Fiore gemello, dove immigrazione e abbandono diventavano il terreno dell’incontro fra due esseri umani indifesi. Amelio parte da una condizione sociale altrettanto concreta, ma la utilizza per interrogare soprattutto lo sguardo di chi osserva.
Il libraio che non legge le storie
Davide, interpretato da Alessandro Borghi, vende libri usati, ma quasi non legge. È un dettaglio sottile e decisivo. Vive circondato dalle storie degli altri, le maneggia, le ordina, attribuisce loro un prezzo, ma non entra veramente dentro di esse. Anche la sua libreria, dove i volumi faticano a trovare compratori perché ormai «nessuno compra più libri, figuriamoci quelli usati», diventa l’immagine di un mondo nel quale le esperienze già vissute, le parole e la memoria sembrano avere perso valore. La professoressa interpretata da Valeria Golino gli sta accanto, gli porta libri da vendere e sembra comprendere silenziosamente il suo dramma. Anche questo rapporto è costruito attraverso il non detto: una prossimità affettuosa che non pretende di risolvere l’altro, ma ne riconosce la fragilità. Golino dà corpo a una presenza capace di aiutare senza invadere, facendo da contrappeso alla spinta assoluta e crescente del protagonista.
All’inizio Davide conduce un’esistenza relativamente serena. Non è un uomo crudele e non è neppure dichiaratamente indifferente. È, più semplicemente, simile a molti di noi: una persona normale che cerca di essere buona, ma la cui bontà resta contenuta entro i limiti di ciò che non sconvolge davvero la propria vita. Quando un uomo sconosciuto gli affida inaspettatamente un bambino, lui offre del denaro, del cibo, un aiuto temporaneo. Compie ciò che riteniamo ragionevole fare, fino al punto in cui la sofferenza dell’altro domanda qualcosa che eccede le nostre possibilità o la nostra disponibilità.
Il bambino, il senso di colpa e l’alibi dell’indifferenza
Il bambino che entra nella vita di Davide è una presenza che continua a donare: attenzione, fiducia, ostinata vicinanza. Ma intorno a lui gli adulti non riescono a costruire una reciprocità autentica. Perfino il rapporto con il padre appare segnato da un’assenza emotiva e da una responsabilità che viene trasferita altrove. Il bambino segue il libraio come se in lui avesse intravisto una possibilità di protezione, ma Davide non è pronto, e forse non potrebbe esserlo, ad accogliere realmente quella richiesta. Il film non offre una comoda distribuzione delle colpe. Non trasforma il protagonista in un mostro perché non riesce a salvare chi gli è stato affidato, né fa della generosità un gesto semplice e privo di conseguenze. Ci costringe, piuttosto, a porci la domanda più scomoda: che cosa avremmo fatto noi? Fino a che punto siamo disponibili a lasciare che la vita dell’altro modifichi la nostra? Davide tenta le risposte immediate che appartengono alla normalità: il denaro, il cibo, un soccorso provvisorio. Ma una tragedia improvvisa rende insufficiente ogni gesto precedente e spezza per sempre l’equilibrio nel quale viveva.
Il senso di colpa diventa allora un varco. Può inghiottire il protagonista oppure costringerlo ad attraversare il confine che fino a quel momento lo separava dal mondo. Il dolore spezza il suo pilota automatico e gli apre gli occhi: da quell’istante Davide non può più tornare a non vedere.
Comincia a riconoscere ovunque la stessa mancanza di umanità: nei corridoi degli ospedali, nel trattamento riservato alle persone fragili, nelle istituzioni incapaci di accogliere, nelle umiliazioni inferte sotto lo sguardo passivo di tutti. L’indifferenza non è più uno sfondo neutro. È una forma di violenza alla quale egli sente di avere partecipato ogni volta che ha distolto lo sguardo. Il suo desiderio di riparazione diventa così totale. Davide prova a restituire tutto il bene che può, come se l’accoglienza degli altri potesse colmare il vuoto che porta dentro. Il suo gesto non è necessariamente equilibrato né sempre lucido. È una risposta estrema, che lo espone e lo conduce anche a infrangere le regole. Ma proprio questa imperfezione lo rende umano: Davide non sa come salvare il mondo; sa soltanto che non riesce più ad accettare di non fare nulla. In Nessun dolore la mancanza di empatia non appartiene soltanto a figure apertamente crudeli. Abita anche la normalità rispettabile, quella della cosiddetta “brava gente”. È qui che il film diventa più radicale: non ci permette di collocare l’assenza di umanità sempre altrove, in un nemico facilmente identificabile.
La regia del dettaglio e l’intensità del non detto
Amelio non contrappone semplicemente i buoni ai cattivi, gli italiani ai migranti, chi accoglie a chi respinge. Mostra persone attraversate da dolori differenti, spesso invisibili, e osserva il modo in cui questi dolori possono restare chiusi oppure entrare in contatto. L’empatia non coincide con la pietà: è la capacità di percepire la sofferenza dell’altro senza ridurla a un argomento, a una categoria politica o a un’immagine passeggera. È proprio nella capacità di rendere visibile ciò che i personaggi non riescono a pronunciare che la regia di Gianni Amelio trova una delle sue espressioni più intense. Il film non si limita a raccontare diverse forme di dolore: le rende palpabili attraverso la relazione fra i corpi, gli sguardi, il montaggio, la fotografia e il suono. Ogni elemento concorre a creare un’intensità che non ha bisogno di essere spiegata, perché viene percepita prima ancora di essere compresa razionalmente.
Amelio plasma ciascun interprete dentro una figura psicologica precisa e, nello stesso tempo, universale. I personaggi conservano la propria irriducibile individualità, ma possiedono qualcosa in cui ciascuno spettatore può riconoscersi: una perdita, una paura, un senso di colpa, una forma di impotenza, il bisogno di essere raggiunto da qualcuno. È questa direzione attoriale, rigorosa e insieme profondamente sensibile, a impedire che le figure diventino semplici funzioni narrative o rappresentazioni astratte di un tema.
Valeria Golino, durante la conferenza stampa, ha descritto il cinema di Amelio come una sorta di trappola capace di apparire naturalistica e poi condurre l’attore altrove. È una definizione che aiuta a comprendere la forza del film. Le scene sembrano nascere dalla realtà quotidiana, ma un gesto trattenuto, una pausa, una particolare durata dello sguardo o un accostamento sonoro le sospendono e le trasformano. La verità non viene cercata nella riproduzione meccanica del reale, ma in ciò che il reale nasconde e lascia affiorare soltanto per un istante.
Il montaggio non sovraccarica le emozioni e non detta allo spettatore ciò che dovrebbe provare. Accosta frammenti, assenze e silenzi, lasciando che siano le relazioni invisibili tra le immagini a produrre il senso. La fotografia accompagna questo movimento: la bellezza di Roma non attenua il dolore, ma lo rende ancora più stridente. Anche il suono contribuisce a costruire una presenza fisica della solitudine, dando peso tanto alle parole quanto agli intervalli nei quali nessuno sembra più capace di raggiungere l’altro. Nessun dolore supera così il tema dell’immigrazione per parlare a chiunque abbia sperimentato una perdita, un senso di colpa o quella distanza fra la bontà che pensiamo di possedere e quella che ci chiede realmente di comprometterci. Amelio non propone una risposta. Ci obbliga piuttosto a riconoscere la domanda.

Scheda Film
Titolo originale: Nessun dolore
Genere: Drammatico
Paese: Italia
Anno: 2026
Regia: Gianni Amelio
Sceneggiatura: Gianni Amelio, Davide Serino, con Andrea Quetti
Interpreti: Alessandro Borghi, Valeria Golino, Valerio Mastandrea, Beïdja Yahiaoui, Ramzi Lafrindi, Gabriel Bovino
Fotografia: Luan Amelio Ujkaj
Montaggio: Stefano Mariotti
Scenografia: Andrea Castorina
Costumi: Valentina Monticelli
Musica: Fabio Massimo Capogrosso
Suono: Emanuele Cicconi, Andrea Caretti
Produzione: Kavac Film, Our Films, Be Water Film con Rai Cinema
Distribuzione italiana: 01 Distribution
Uscita italiana: 24 settembre 2026
Durata: 96 minuti



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