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The Boroughs – Ribelli senza tempo (2026), recensione serie TV: il tempo che resta

15/06/2026 16:46

Ilaria Salvatori

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The Boroughs – Ribelli senza tempo (2026), recensione serie TV: il tempo che resta

La serie Netflix prodotta dai Duffer Brothers trasforma la vecchiaia in un’avventura soprannaturale tra lutto, mostri e tempo che resta.

Una quiete attraversata dall’orrore

Il primo episodio di The Boroughs non perde tempo a presentarsi. Si apre con una morte, e prima ancora che i titoli di testa abbiano finito di scorrere ne arriva già un'altra, sotto forma di un'immagine che resta addosso più di qualunque jumpscare: uno stormo di corvi che si lancia a terra in sincronia, un suicidio di massa che la macchina da presa non spiega e non commenta. Poi tutto torna immobile. Piscine, campi da golf, un cielo da cartolina. È in questo scarto, tra l'orrore mostrato per un istante e la quiete che si richiude sopra come acqua, che The Boroughs – Ribelli senza tempo (Netflix, dal 21 maggio 2026) trova il suo registro, e anche la sua scommessa più rischiosa. La serie è ambientata in una comunità residenziale per anziani nel deserto del New Mexico, costruita negli anni Cinquanta come “oasi”. È una parola che The Boroughs usa senza ironia, almeno per ora: piscine, campo da golf, una routine quotidiana scandita con la precisione di un orologio. Chi entra qui non dovrebbe venire a morire, ma a vivere il tempo che resta. Solo che qualcosa, da qualche parte sotto quelle piscine o dentro quelle pareti, ha già deciso diversamente.

Il deserto come luogo dell’attesa

Sam Cooper, interpretato da un Alfred Molina che trova in questo ruolo forse la sua prova più malinconica degli ultimi anni, arriva alla comunità dopo la morte della moglie Lilly. Non sceglie di venire: ci viene portato dalla figlia Claire (Jena Malone). Il suo ingresso è quello di chi non vuole essere salvato, di chi considera già chiusa la narrazione della propria vita. “Mia moglie è morta ma tutti continuano ad andare avanti come se nulla fosse”, dice nei primissimi episodi, aggiungendo che è proprio per questo che non riesce a tollerare gli altri residenti. Il lutto come resistenza all'integrazione, e l'integrazione, forzata da un incontro mostruoso, come unica condizione di sopravvivenza rimasta. Intorno a lui si raccoglie un gruppo di vicini che funziona, episodio dopo episodio, meglio della trama che li circonda: Jack Willard (Bill Pullman), bonario e diretto; l'ex giornalista Judy (Alfre Woodard), che porta ancora il peso dell'invisibilità coniugale; suo marito Art (Clarke Peters), placido solo in apparenza; il medico in pensione Wally Baker (Denis O'Hare), malato di cancro e irriducibilmente ironico; Renee (Geena Davis), ex manager musicale che non ha mai smesso di voler essere al centro della scena. Ognuno porta con sé un capitolo che credeva chiuso, e che la serie, con un certo garbo, riapre.

L’inversione di Cocoon

I fratelli Duffer, produttori della serie, si sono chiesti perché nessuno avesse più fatto un film come Cocoon di Ron Howard da quando, appunto, era uscito Cocoon. Per chi ha riscritto le regole del coming of age fantastico con Stranger Things, non è una considerazione da prendere alla leggera. In Cocoon (1985, Don Ameche premio Oscar, con Hume Cronyn e Wilford Brimley) gli alieni di Antarea sono entità benevole. I loro “bozzoli”, lasciati nella piscina della villa accanto, infondono negli anziani ospiti un'energia che li fa tornare giovani: fanno l'amore, ballano, vincono a carte. È un film sull'invecchiamento come condizione quasi reversibile. Il finale, con alcuni di loro che scelgono di seguire gli alieni nello spazio rinunciando alla Terra, trasforma la morte in una partenza volontaria verso qualcosa di meglio. Il soprannaturale, in Cocoon, è una via d'uscita. The Boroughs prende la stessa impalcatura e la smonta pezzo per pezzo. Al posto della piscina ci sono frutti che guariscono, distribuiti con la stessa logica del dono inatteso, ma qui il confine tra cura e controllo resta deliberatamente sporco: non è chiaro, almeno per ora, chi stia davvero beneficiando di chi. Se in Cocoon l'alieno dona energia, qui la preleva. Il mostro non ringiovanisce, si nutre, e lo fa passando per la bocca, come faceva il Mind Flayer con i suoi ospiti in Stranger Things. È una crudeltà che Cocoon non si concedeva, e The Boroughs, almeno nei primi episodi, la maneggia con più cura di quanto ci si aspetterebbe da un prodotto pensato per il sabato sera di Netflix.

Il DNA Duffer tra golf cart e creature nei muri

I personaggi sono un po' più anziani, ma lo spirito è lo stesso: stavolta, però, a sostituire le biciclette di Stranger Things ci sono i golf cart. L'impianto narrativo è quello collaudato a Hawkins: un gruppo di disadattati contro l'incomprensibile, l'attenzione ai singoli personaggi che fa da contrappeso all'azione, lo stesso font nei titoli di testa. Non tanto Spielberg quanto Joe Dante e Zemeckis, la vena B-movie che si insedia in periferia, l'orrore che abita gli spazi più rassicuranti dell'America suburbana. Più Gremlins e The ’Burbs che E.T., almeno in superficie. Perché poi, a guardare sotto la superficie, le coincidenze con Stranger Things si moltiplicano e diventano sistematiche. Il mostro qui si chiama “il gufo” e abita le pareti esattamente come il Demogorgone abitava le crepe di Hawkins. A vederlo per primo è Edward, uno dei residenti, con la stessa funzione che in Stranger Things era affidata a Holly Wheeler. E c'è un personaggio, Hank, che non porta una stella da sceriffo ma ne ha tutta la postura: l'uomo che sa più di quanto dice, quello che tiene insieme il gruppo quando il resto comincia a non avere più senso. Anche la geografia sotterranea ricalca quella di Hawkins, trapiantata nel deserto del New Mexico. Sotto la comunità corrono tunnel che i fondatori usano di notte per far circolare le creature, non troppo diversi dai cunicoli della quinta stagione di Stranger Things, quelli che servivano a far scappare i bambini destinati alla casa di Henry Creel. C'è anche un laboratorio nascosto nelle fondamenta, una specie di Nina Project in miniatura, e altre creature vengono custodite nei sotterranei del dipartimento di polizia: l'istituzione corrotta che copre tutto, immancabile nel canone Duffer.

Un’operazione riuscita a metà, e forse è già abbastanza

E poi c'è la mitologia, che nei primi tre episodi si rivela già fitta, forse fin troppo fitta. Nel 1959 un minatore trova un uovo nel sottosuolo. Da quell'uovo nasce Madre, la creatura originaria. I fondatori della comunità scoprono che il sangue dei suoi figli, i gufi, ha una proprietà che vale più di qualsiasi assicurazione sanitaria: chi lo beve non muore più, sopravvive a tutto. Il prezzo che pagano per questo privilegio non lascia spazio a fraintendimenti. Di notte liberano le creature nei tunnel perché si nutrano della materia cerebrale degli anziani della comunità. Gli ospiti di The Boroughs, detto con tutta la freddezza che la frase richiede, sono il foraggio. Dentro questa architettura, Sam Cooper occupa un posto a parte. È l'unico che riesce a comunicare con Madre, l'unico per cui quella creatura non è soltanto una minaccia. Il parallelo più calzante, qui, non è con Stranger Things ma con E.T. - L'Extraterrestre: la stessa asimmetria tra umano e creatura, la stessa solitudine speculare. Sam capisce Madre come Elliott capiva l'alieno, e come Elliott ne paga subito il prezzo: quella comprensione lo isola dagli altri prima ancora di metterlo in pericolo. Non è un caso, in tutto questo, che nel cast ci sia Dee Wallace, icona dell'horror anni Ottanta (Cujo, The Howling, e proprio E.T.). La sua presenza funziona come una citazione critica più che come una scelta recitativa, il segno di una serie che sa benissimo di stare celebrando un genere e gli interpreti che lo hanno reso riconoscibile: in questo caso, gli attori anziani. Quello che resta, dopo i primi episodi, è un ritratto di gruppo di rara qualità attoriale dentro una premessa che, lo conferma anche la critica italiana, funziona meglio nei momenti intimi che in quelli spettacolari. Il punto di forza sta nei personaggi anziani, ognuno alle prese con l'ultimo atto della propria vicenda personale. The Boroughs sa esattamente da dove viene. Porta il lascito di Cocoon nel ventunesimo secolo invertendone la polarità affettiva, e applica al genere della vecchiaia eroica la grammatica che i Duffer hanno affinato a Hawkins. Non è una rivoluzione. Ma in un panorama televisivo dove i personaggi anziani fanno quasi sempre da macchietta o da fantasma del passato, una serie che li tratta, come hanno detto i creatori Jeffrey Addiss e Will Matthews, “come persone reali che affrontano sfide reali, con in più qualche sfida soprannaturale”, ha già qualcosa da dire.

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Scheda Serie Tv

Titolo originale: The Boroughs
Titolo originale alternativo: The Boroughs – Ribelli senza tempo
Regia: Ben Taylor, Augustine Frizzell, Kyle Patrick Alvarez
Sceneggiatura: Jeffrey Addiss, Will Matthews, Jose Molina, Julie Siege, Keith Sweet II, Tom Hanada, James Schamus, Our Lady J
Interpreti: Alfred Molina, Geena Davis, Alfre Woodard, Bill Pullman, Clarke Peters, Denis O’Hare, Jena Malone, Carlos Miranda, Seth Numrich, Alice Kremelberg, Rafael Casal, Dee Wallace, Ed Begley Jr., Jane Kaczmarek, Eric Edelstein
Fotografia: Michelle Lawler, Matthew Jensen
Montaggio: Cindy Mollo, Noemi Katharina Preiswerk, Christopher Nelson, Jonathan Alberts, Misha Syeed
Musica: John Paesano
Produzione: Upside Down Pictures, Standard Rich & Famous, Netflix
Distribuzione italiana / piattaforma: Netflix
Durata: 8 episodi

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