photo

NETFLIX

copertine blog.jpeg

NOW TV

footer
pngwing.com(17)
sis nero

ULTIMI ARTICOLI

I PIÙ LETTI

SOSTIENI IL PROGETTO

La casa dalle finestre che ridono compie 50 anni: alle origini del folk horror italiano

17/07/2026 22:55

Marco Filipazzi

Speciale Film, Di Tendenza, film-horror, film-italia, pupi-avati, film-1976,

La casa dalle finestre che ridono compie 50 anni: alle origini del folk horror italiano

A cinquant’anni dall’uscita, il capolavoro di Pupi Avati torna restaurato e rivela la propria anima di folk horror italiano.

Il giallo all’italiana degli anni Settanta

Sono gli anni Settanta e nelle sale cinematografiche italiane si sta imponendo una nuova declinazione del genere: il giallo all’italiana. Tra il 1970 e il 1971 l’allora esordiente regista Dario Argento ne distillò le regole fondamentali con tre pellicole uscite nell’arco di pochi mesi: L’uccello dalle piume di cristallo, Il gatto a nove code e 4 mosche di velluto grigio. Dato il successo di critica e pubblico, i cinema si affollarono presto di una miriade di altri titoli a tema “animale”, da La coda dello scorpione di Sergio Martino a Gatti rossi in un labirinto di vetro di Umberto Lenzi, da Una lucertola con la pelle di donna di Lucio Fulci a Nella stretta morsa del ragno di Antonio Margheriti, giusto per citarne alcuni. È il giallo all’italiana, il cui massimo esponente è senza dubbio Profondo rosso: sono film in cui la figura dell’omicida è indagata anche da un punto di vista psicologico, dove la violenza viene esasperata e l’erotismo è spesso un cardine centrale, e dove i protagonisti non sono commissari e poliziotti, ma persone comuni che rimangono invischiate in questo torbido turbinio di eventi. È in questo panorama che nel 1976 uscì La casa dalle finestre che ridono di Pupi Avati.

Il mistero del pittore delle agonie

Il film racconta di Stefano, un restauratore incaricato di dare nuova vita a un affresco ritrovato nella chiesa di un piccolo paese sperduto tra le paludi della Pianura Padana. Ma nel cuore della provincia, fatta di paesaggi desolati e costellata di personaggi grotteschi, Stefano scoprirà una serie di strane dicerie che circolano attorno a quell’affresco e al suo autore, Bruno Legnani, soprannominato “il pittore delle agonie”. Seguendo il proprio intuito e scontrandosi con il muro di omertà che sembra attanagliare il paesino, Stefano scoprirà la verità su questo pittore maledetto che tutti considerano soltanto un folle. Oggi La casa dalle finestre che ridono compie cinquant’anni e torna in sala nella versione restaurata in 4K dalla Cineteca di Bologna e da SND, trovandosi catapultato in un panorama cinematografico profondamente diverso rispetto a quello originale, al punto che viene da chiedersi: il film è davvero un giallo all’italiana? Sin dalla sua uscita, il film di Pupi Avati è stato considerato un giallo abbastanza atipico, che si distaccava dall’impostazione argentiana e dai molti cliché di questo sottogenere per abbracciare una dimensione più piccola, quasi favolistica, fatta di suggestioni e non detti.

La provincia italiana come luogo dell’orrore

Una delle principali forze del film è infatti l’atmosfera che lo pervade, rarefatta, quasi surreale, che trae la propria linfa dal contesto in cui si svolge la vicenda: la campagna emiliana tanto cara al regista bolognese. Pupi Avati prende per mano lo spettatore e lo trascina nei meandri della più profonda provincia italiana, mostrando uno spaccato del nostro Paese che oggi esiste sempre meno, cannibalizzato dall’industrializzazione — un tema che lo stesso Avati esplorerà maggiormente nel successivo Zeder — e dalla globalizzazione imperante, ma che nel secondo dopoguerra, periodo in cui è ambientato La casa dalle finestre che ridono, rappresentava la principale realtà del nostro Paese. Un mondo fatto di pettegolezzi, dicerie e chiacchiere di paese; una realtà piccola e soffocante che intrappola tanto il protagonista quanto lo spettatore tra campagne desolate e sterminate paludi, chiese fatiscenti e cascinali abbandonati, il tutto mostrato alla luce di un sole asfissiante.

Un folk horror prima della sua riscoperta

Negli ultimi anni, grossomodo da quando Robert Eggers ha esordito con The VVitch, il termine folk horror è tornato a circolare con sempre maggiore insistenza. Sotto questo cappello rientrano quei film che affondano le proprie radici narrative nelle leggende, nel folclore popolare e nelle superstizioni, spesso ambientati in piccole comunità rurali. Ecco, seguendo questa logica, La casa dalle finestre che ridono è forse il più fulgido esempio di folk horror nostrano; di sicuro ne presenta tutti gli elementi. Il paese di provincia, la comunità unita nell’omertà per nascondere un segreto comune e un protagonista esterno che, seguendo una logica estranea a quel sistema, si troverà a doverne pagare il prezzo sono tematiche ricorrenti in questo sottogenere. Se andiamo a indagare, potremmo persino azzardarci a dire che La casa dalle finestre che ridono abbia più elementi in comune con Midsommar – Il villaggio dei dannati che con un qualsiasi giallo argentiano. Una grossa porzione della filmografia di Pupi Avati esplora temi simili, sebbene a volte declinati in maniera differente, e si muove all’interno delle coordinate del sottogenere: Le strelle nel fosso, Tutti defunti... tranne i morti, Zeder, L’arcano incantatore, Il nascondiglio, Il signor Diavolo e L’orto americano. Perciò sì, anche in Italia esiste una corrente di folk horror e Pupi Avati ne è senza dubbio il maggiore esponente.

case-finestre-che-ridono-film.jpeg
sisbianco
sisbianco

un progetto di Piano9 Produzioni

cinemadvisor
Silenzioinsala.com © | All Right Reserved | Powered by Vito Sugameli

Disclaimer legale
SilenzioinSala.com è un blog culturale e divulgativo gestito da appassionati di cinema, senza alcuno scopo di lucro. Non rappresenta una testata giornalistica ai sensi della Legge n. 62/2001, poiché viene aggiornato senza alcuna periodicità regolare e senza struttura redazionale organizzata. Tutti i contenuti pubblicati – articoli, recensioni, approfondimenti e immagini – hanno esclusivamente finalità informative, educative e critiche, in pieno rispetto della normativa sul diritto d'autore (L. 633/1941, art. 70 e seguenti). Le immagini utilizzate (come locandine, fotogrammi, still promozionali, loghi, ecc.) sono di proprietà dei rispettivi titolari dei diritti (produttori, distributori, artisti, ecc.) e vengono impiegate unicamente a scopo illustrativo e senza fini commerciali. Se un contenuto visivo pubblicato risultasse lesivo di diritti di proprietà intellettuale, invitiamo i titolari a contattarci per richiederne la modifica o la rimozione, che sarà effettuata con tempestività. SilenzioinSala.com declina ogni responsabilità civile e penale per un eventuale utilizzo improprio, illecito o strumentale dei contenuti da parte di terzi. Il sito può ospitare banner pubblicitari gestiti da circuiti esterni, il cui unico scopo è contribuire alla copertura dei costi tecnici e di gestione (hosting, manutenzione, domini, ecc.). La presenza di tali annunci non costituisce in alcun modo promozione o approvazione da parte nostra dei prodotti o servizi pubblicizzati. Non siamo responsabili per eventuali contenuti ingannevoli o dannosi presenti nei materiali promozionali visibili tramite il sito. Per maggiori informazioni clicca qui.