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Perchè Freaks Out è un film di cui andare orgogliosi, soprattutto per noi italiani

30/10/2021 18:00

Marco Filipazzi

Editoriale, Film Fantasy, Film Italia, Gabriele Mainetti, Nicola Guaglianone,

Perchè Freaks Out è un film di cui andare orgogliosi, soprattutto per noi italiani

Il nuovo film di Gabriele Mainetti non è perfetto, ma si carica sulle spalle 20 anni di pregiudizi  sul cinema italiano

Il nuovo film di Gabriele Mainetti non è perfetto, ma si carica sulle spalle 20 anni di pregiudizi  sul cinema italiano 

Freaks Out è orgoglio tricolore allo stato puro. Non è un film perfetto, ma è un film che - da solo - si carica sulle spalle 20 anni di pregiudizi e cerca di scardinarli uno per uno. E incredibilmente ce la fa. Anche se il dovere costantemente dimostrare qualcosa è anche il suo più grande limite.

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Già con Lo chiamavano Jeeg Robot, Gabriele Mainetti aveva dimostrato che era possibile virare la formula Marvel in salsa nostrana, regalando al pubblico qualcosa di più unico che raro. Non a caso non ci sono più stati - né sono in programma - altri film di supereroi italiani (Il ragazzo invisibile non è nemmeno preso in considerazione in questo discorso, figuriamoci il suo sequel).

 

A sei anni di distanza Mainetti alza notevolmente il tiro, realizzando la storia di un circo di mostri che, d’un tratto, si ritrovano senza circo a vagare per una Roma distrutta dai bombardamenti e infestata da nazisti.

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È una storia da fumettone, anche se non necessariamente un cinecomics: potrebbe anche essere uno di quei volumi alti, cartonati, con un bel po’ di backstage in appendice e un prezzo esorbitante impresso sul retro della copertina. Insomma, un volume da collezione.

 

E, in effetti, l'odore della carta stampata trasuda letteralmente dallo schermo: il film di Mainetti profuma di pagine ingiallite, come un volume ritrovato per caso nella soffitta del nonno o in qualche mercatino dell’usato. Qualcosa di raro e prezioso, ma soprattutto qualcosa di ammaliante.

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Gabriele Mainetti vuole dimostrare che Lo chiamavano Jeeg Robot non è stato frutto di strane congiunzioni astrali, bensì qualcosa realizzato con cura e perizia da gente - Mainetti e lo sceneggiatore Nicola Guaglianone - con una profonda conoscenza della materia.

 

Un film a cui i due sono arrivati dopo cortometraggi come Basette e Tiger Boy, che battevano più o meno sullo stesso chiodo: fare un cinema diverso in Italia. L’incetta di David di Donatello, Nastri d’Argento e svariati altri premi ha dato loro ragione. E, oggi, Freaks Out pare destinato a replicare.

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La scena iniziale di Freaks Out è cinema allo stato puro: un pianosequenza che ci introduce i cinque protagonisti durante un loro spettacolo, all’apice della loro gloria: una scena in grado di farti ribaltare le viscere e diventare lucidi gli occhi.

 

Cinematograficamente parlando è qualcosa che pesca a piene mani dal miglior Spielberg degli anni ’80 (quante Spielberg-face ci sono tra il pubblico, sia del circo che in sala?), unito all’amore per i freak a cui ci ha abituati il buon Guillermo del Toro. E poi, appena un circo appare sullo schermo è subito Fellini e Burton. Insomma... è cinema.

Quando il tendone viene spazzato via da bombardamenti, questo luogo idilliaco scoppia come una bolla di sapone, esponendo i suoi abitanti, i mostri, alla cruda realtà; mettendoli faccia a faccia con mostri ben più crudeli e reali.

Questo è il secondo banco di prova: fare cinema d’autore - dal punto di vista della messa in scena, ma anche di molti temi toccati - e popolare insieme. Un cinema che porti in scena i drammi personali dei protagonisti (come l’essere degli emarginati alla stregua degli X-Men) sia quelli storici (tutta la sottotrama legata alla deportazione di Israel). Che per i nerd è come se fosse un gol a porta vuota - qualcuno ha detto Magneto? - ma provate a farlo capire all’italiano medio.

 

Freaks Out è un’opera di genere, ma anche d’autore, d'intrattenimento, ma anche impegnata, che parla di superpoteri, ma anche della guerra. Scusate se è poco.

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Mainetti e Guaglianone cercano di mantenere per tutto il film - a volte riuscendoci in modo egregio, altre un po’ meno - una doppia chiave di lettura, mischiando fantasy e film storico, esattamente come aveva fatto del Toro ne Il labirinto del Fauno.

 

Da una parte ci sono i freaks visti come una rivisitazione dei protagonisti de Il Mago di Oz (ma c’è anche un bel po’ di Pinocchio e a più riprese l’adattamento di Matteo Garrone pare condividere lo stesso universo fantasy-reale del film di Mainetti) e tutta quest’aurea fiabesca e idilliaca; dall’altra ci sono picchi di violenza, sesso e  nudità che farebbero svenire i dirigenti Disney.

 

Mainetti sembra voler dimostrare nello stesso film di essere capace di dirigere sia un cinecomics per ragazzi, tratteggiato con delicatezza a volte disarmante (in senso buono), sai uno per adulti (alla Logan per intenderci) con un linguaggio e una messa in scena visiva più audace.

 

Non sempre queste due anime riescono a combaciare perfettamente però e questo, forse, è il più grande difetto del film: la sua indecisione sul target per cui vorrebbe accontentare praticamente tutti.

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Poi c’è la voglia, come nei film degli anni ’80, di creare un villain che risulti più catalizzante dei protagonisti. Tipo: chissenefrega di He-Man se il cattivo è Skeletron, chissenefrega di Gizmo se dall’altra parte hai un’orda di Gremlins, chissenefrega di Jeeg se il cattivo è Lo Zingaro.

Franz è un antagonista sfaccettato, psicologicamente impeccabile, combattuto tra la voglia di essere accettato dal Reich e lo status di mostro emarginato. È uno che in piena Seconda Guerra Mondiale intrattiene il pubblico suonando Motorhead e Guns n Roses al pianoforte, che occasionalmente ha dei trip mentali in cui vede un futuro (che non riesce a interpretare) alla Black Mirror, nemmeno fosse il protagonista de La zona morta di Stephen King.

Infine c’è la voglia di reclamare il nostro tricolore. Perché Freaks Out è ambientato a Roma, è parlato tutto in una centrifuga di dialetti e accenti ma mai - nemmeno per un secondo - c’è il dubbio di stare guardando qualcosa proveniente da oltreoceano.

 

E menomale! Quando i Partigiani prendono in custodia la piccola Matilde, portandola con sé nei boschi, tra la nebbia, intonano Bella ciao, ovviamente. Intridono le parole di rabbia, quella rabbia che storicamente apparteneva a questo canto di resistenza, ma che i media moderni (sì, parlo con te Casa di Carta) hanno spogliato, laccato e ricontestualizzato.

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Mainetti dice no. Mainetti dice: questa è roba nostra! Mainetti ci ricorda ciò che noi italiani siamo stati e possiamo essere ancora, se vogliamo.«Una mattina mi son svegliato e ho trovato l'invasor»: l’invasore in questo caso sono la sfilza di cinecomics patinati, tutti uguali, tessere di un puzzle o episodi di una serie tv, che affollano gli schermi avidi di incassi.

 

Ma se quei soldi andassero al nostro cinema forse sarebbe possibile realizzare più prodotti di questo calibro, no? È questo che sembra dirci Mainetti. In risposta possiamo solo dire grazie.


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