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The Fabelmans (2022), la recensione: quella volta che Steven Spielberg ha girato il film della sua vita

25/10/2022 17:00

Valentina Pettinato

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The Fabelmans (2022), la recensione: quella volta che Steven Spielberg ha girato il film della sua vita

La dichiarazione d’amore di Spielberg verso il cinema del Novecento.

Dopo aver trionfato al Festival di Toronto, la Festa del Cinema di Roma in collaborazione con Alice nella Città, porta nella Capitale l’ultimo attesissimo lavoro di Steven Spielberg, The Fabelmans.

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È difficile descrivere The Fabelmans in poche righe, provare anche solo a raccontare quanto questa pellicola trasudi mestiere, cuore e anima allo stato puro, quanto sia massima celebrazione dell’arte cinematografica. È difficile ma ci proveremo, e nel raccontare il film parleremo anche del linguaggio cinematografico e del ruolo di questa onirica arte; del senso del cinema. Parleremo della storia di un ragazzino che cresce con la passione per la cinepresa e con lui impareremo quanto il cinema possa essere consolatorio, rivelatore, tragico, conciliatore.

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Samuel Fabelman è il primogenito di quattro figli. A sei anni i genitori lo portano al cinema per la prima volta, e lo spettacolo di un incidente ferroviario gli entra nella mente, terrorizzandolo. Come riprodurre quella paura, per far sì che cessi?

In soccorso arriva la cinepresa amatoriale di famiglia, e da quel momento nasce un amore incontrollabile per il cinema che lo accompagnerà per tutta la vita.

 

Scritto da Spielberg con Tony Kushner, il film ha come protagonista Sam e la sua famiglia, il padre Burt (Paul Dano), la madre Mitzi (Michelle Williams, da Oscar), le sorelle e lo ‘zio’ Bennie (Seth Rogen), migliore amico del padre.  

The Fabelmans è una pellicola girata in 8, 16 e 35mm. È una dichiarazione d’amore di Spielberg verso il cinema del Novecento, il tentativo di portare in sala la ragion d’essere di un’arte che è viva, che è vita e che ha condizionato l’immaginario collettivo di un secolo intero.

 

Questa forte volontà di raccontare il cinema attraverso il cinema stesso è ben chiara a chiunque sin dalle scene iniziali del film: un bambino in sala che guarda impressionato la scena di un treno che arriva, imponente e veloce, dalle rotaie fino all’impatto sul grande schermo, ci rimanda allo stesso treno che un certo filone di letteratura ricorda come il primo film a essere proiettato davanti a un pubblico, cioè L’arrivo di un treno alla stazione di La Ciotat nel 1895. Ma non solo.

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Se poi guardiamo negli occhi quel bambino, stupito e meravigliato, riconosciamo mille immagini cinematografiche e chiunque sia appassionato di cinema riconosce in quella scena tanto di sé. Sam rimarrà talmente sconvolto dalla bellezza e dall’aggressività di quelle immagini da cercare disperatamente un modo per governarle, e vincere quella paura. Così, da spettatore, Sam decide di diventare un regista e, attraverso la macchina da presa, recuperare il controllo e la riproducibilità di quella scena più volte, fino ad esorcizzare le sue ansie.

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Chi conosce Steven Spielberg sa quanto Il più grande spettacolo del mondo di Cecil B De Mille (film da cui è ripresa la scena del treno che deraglia) abbia influenzato la sua formazione; tanto che, da bambino, iniziò a usare la cinepresa di suo padre per girare dei piccoli filmini amatoriali: è inevitabile pensare che, attraverso il personaggio di Sam, il regista ci stia regalando la propria storia sotto forma di linguaggio universale.

 

Il film dagli anni ‘50 si spande come romanzo di formazione nel periodo successivo, e per tutto il corso del racconto i rimandi alla vita privata del regista sono evidenti. La composizione e l’origine (ebraica) della famiglia; gli innumerevoli spostamenti per seguire la professione del padre, ingegnere elettronico, fino agli episodi di bullismo subiti da piccolo. Finchè, negli anni ’60 con L’uomo che uccise Liberty Valance di John Ford, il cinema sotto forma di western inizia a insinuarsi nella testa di Sam, fino a diventare ossessione.

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Mentre vita reale e set cinematografico si intersecano per tutta la pellicola, Spielberg mette in scena il film della sua vita attraverso luci e ombre: tutto si presta a essere un elemento cinematografico con il quale raccontare i momenti di gioia ma anche di tenebre della sua vicenda personale.

 

Quei fari della macchina che illuminano la danza di sua madre, una scena meravigliosa che ricorderemo per sempre, sono piccoli fotogrammi di amore e dolore, di rivelazione e di preludio alla distruzione.

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Tutto è cinema. I carrelli che si muovono pericolosi in balia di un tornado, e non solo: ogni singola scena di questa pellicola potrebbe aprirsi ad altro, a tantissimi generi, librarsi e volare fino all’orizzonte. E non si cita l’orizzonte a caso. Il momento di turning point narrativo è poesia allo stato puro: lo spettatore scopre la verità sulla famiglia di Sam dagli stessi occhi del protagonista, mentre la madre suona il piano e il padre si commuove, quasi a intuirlo.

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Attraverso questo meraviglioso racconto passano tanti anni di cinema, tantissimi riferimenti metatestuali cari al regista, ed è commovente come Spielberg riesca a regalare allo spettatore momenti di senso attraverso lo sguardo e gli occhi dei suoi protagonisti, senza necessità di assistere al controcampo. Ogni cosa è illuminata perché tutto è al posto giusto, perché c’è una grande abilità nel racconto e perché ci sono zone confortevoli in cui pacificare il cuore dello spettatore, che le riconosce, le fa sue, si sente a casa.

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The Fabelmans ci mostra quanto sia proprio il linguaggio cinematografico a insegnarci che ogni film è un sogno che ricordiamo e che la nostra vita è fatta di fotogrammi da cogliere e che influenzano il corso delle cose.

 

In questo senso, in questo scambio maieutico tra cinema e vita, insiste l’interrogativo finale «Dov’è l’orizzonte?», che Ford (un meraviglioso David Lynch) rivolge a un Sam ormai cresciuto. Bisogna sempre guardare dov’è l’orizzonte. «Quando l’orizzonte è in basso, è interessante. Quando è in alto, è interessante. Quando è al centro, è una palla mortale». Quello di Spielberg è decisamente al posto giusto.


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Genere: drammatico, teen movie

Titolo originale: The Fabelmans

Paese/Anno: USA | 2022

Regia: Steven Spielberg

Sceneggiatura: Steven Spielberg, Tony Kushner

Fotografia: Janusz Kaminski

Montaggio: Michael Kahn, Sarah Broshar

Interpreti: Alex Quijano, Alina Brace, Birdie Borria, Brinly Marum, Chandler Lovelle, Chloe East, Cooper Dodson, David Lynch, Gabriel Bateman, Gabriel LaBelle, Greg Grunberg, Gustavo Escobar, James Urbaniak, Jan Hoag, Jeannie Berlin, Jonathan Hadary, Judd Hirsch, Julia Butters, Kalama Epstein, Keeley Karsten, Lane Factor, Mateo Zoryon Francis-DeFord, Michelle Williams, Nicolas Bantu, Oakes Fegley, Paul Dano, Robin Bartlett, Sam Rechner, Seth Rogen, Sophia Kopera, Stephen Matthew Smith

Colonna sonora: John Williams

Produzione: Amblin Entertainment, Reliance Entertainment

Distribuzione: 01 Distribution

Durata: 151'

Data di uscita: 22/12/2022

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