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La famiglia Savage

29/03/2008 12:00

Antonella Sugameli

Recensione Film,

La famiglia Savage

Il film, firmato da Tamara Jenkins è girato tra il caldo afoso dell’Arizona e il freddo di New York e Buffalo...

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Il film, firmato da Tamara Jenkins è girato tra il caldo afoso dell’Arizona e il freddo di New York e Buffalo. Protagonisti sono Laura Linney, nei panni di Wendy Savage, Philip Seymour Hoffman, interprete di Jon Savage e Philip Bosco, nel ruolo di Lenny Savage. Wendy è una single incallita, donna frustrata, bisognosa di affetto, ricerca l’amore tra le braccia di un uomo sposato (l’attore Peter Friedman) e più vecchio di lei, ben consapevole che la situazione non si evolverà mai verso un lieto fine. Jon è un professore in filosofia, innamorato di una polacca, che non desidera sposare, perché nonostante i suoi 42 anni suonati, convive ancora con i fantasmi del rapporto disastroso padre-figlio e teme di non essere in grado di formare una famiglia, effettivamente perché non ne ha esperienza alcuna nel suo lontano passato.


La regia della Jenkins, sceneggiatrice del film, è molto realistica e cruda, abile con la macchina da presa tanto quanto con la penna, alterna fotogrammi di elevato sense of humour a scene strazianti e drammatiche. Il talento artistico della filmaker risiede, infatti, nella perfetta amalgama dei contrasti, senza un eccesso nell’uno o nell’altro senso, con il rischio di cadere nel ridicolo. Commuove e diverte questa pellicola dai toni forti, lascia un segno in ogni spettatore, trattando temi dinnanzi ai quali è impossibile non soffermarsi a riflettere, stropicciando un po’ il naso forse, o dinoccolando con la testa, ma la morte, la malattia, la vecchiaia sono tematiche a cui nessun progresso tecnologico o speculazione matematica ha saputo fino ad ora dare un senso, una spiegazione o meglio una soluzione. Philip Bosco nel ruolo del padre è scanzonato, tenero, mordace. Abbandonata l’aura austera e tirannica di un tempo, ciò che ne rimane è l’ombra di un uomo, abbandonato a se stesso, solo e bisognoso di attenzioni come fosse un bambino. Il dramma interiore vissuto dall’uomo, è filtrato attraverso gli occhi e le emozioni dei figli, che nella loro diversità incarnano due modi in cui può manifestarsi l’amore filiale.


La fotografia minimalista di Mott Hupfel, è dedita al dettaglio, le location scelte dalla scenografa Jane Ann Stewart, sono volutamente essenziali, nude e prive di corpo, somigliano a silenzi interminabili, il cui unico elemento di spicco è il colore, suono delicato, che non disturba, ma armonizza. L’amarezza che pervade la pellicola, seppur mitigata da un ‘ironia sapientemente dosata, lascia il posto ad una vana speranza solo sul finale. Non importa i bambini che si è stati, ma che tipo di adulti si vuole essere. Per crescere, in fondo, non è mai troppo tardi.


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