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BloodRayne

20/04/2008 11:00

Vito Sugameli

Recensione Film, Speciale Videogiochi, Film Azione, Film Fantasy,

BloodRayne

Non c'è pace per i videogiocatori di tutto il mondo...

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Non c'è pace per i videogiocatori di tutto il mondo. Quando un certo Uwe Boll mette lo zampino su franchise di successo, l'autodistruzione è solo una sicura conseguenza. Prima con l'insulso House of Dead, poi con l'inconsistente Alone in the Dark (un vero e proprio omicidio al progenitore dei survival horror) e ora con BloodRayne: la fame del regista tedesco nei confronti del costipato mondo videoludico lo ha portato a costruire il proprio patrimonio commerciale distruggendo un mercato che in quanto a complessità di temi e linguaggi non ha nulla da invidiare al ben più maturo medium cinematografico.


Rispetto all'originale BloodRayne - videogioco dalla qualità altalenante, firmato Terminal Reality e prodotto dall'americana Majesco - la pellicola ne preleva il background della dhampyr protagonista decontestualizzandola però dal mondo di non morti fascistoidi per inserirla in un ambiente più familiare come quello gotico/medievale. A cambiare inoltre non è solo il contesto storico: Rayne non va alla ricerca del suo passato poiché la sua ragione di vita rimane quella di uccidere il più potente dei vampiri, Kagan (Ben Kingsley), suo padre. Egli infatti uccise furiosamente la madre davanti ai suoi teneri occhi.


Se già dall'incipit la trama appare arida e priva di appigli interessanti, la sceneggiatura fa ancora più acqua, collezionando amnesie e vuoti da perdersi dentro. Una comprensione che via via risulta difficile non tanto per l'uso di un linguaggio ridondante e minimale, perché se le immagini vengono incollate con forza da un montaggio da sit-com e la colonna sonora si dissocia dal resto, è chiaro che a mancare è proprio una coerenza strutturale di fondo. Kristanna Loken (Terminator: Le Macchine Ribelli) poi, nei panni della sensuale (?) Ryane è più impacciata di un Terminator arrugginito: oltre a risultare ridicola nei panni della killer assetata di sangue, i suoi movimenti sono legnosi e innaturali. Gli effetti speciali, discreti, riescono a coprire soltanto alcuni dei difetti di regia, poichè Boll nonostante alcune evoluzioni con la macchina da presa, non abbandona uno sguardo ingenuo da novizio. Neppure le scenografie (che sembrano di cartapesta) aiutano l'immersione, né tantomeno il make-up che paragonato addirittura ai classici horror in bianco e nero della Hammer Production ne esce con le ossa rotte. Ma allora cosa ci fanno Michael Madsen, Udo Kier, Michelle Rodriguez, Geraldine Chaplin (figlia dell'illustre Charlie) e Ben Kingsley annoverati tra il cast? La domanda, in effetti, sorge spontanea; se non altro perché la nomea del regista è da anni di dominio pubblico. Ma d'altronde sulla sua fertilità produttiva non ci sono dubbi: la sua casa di produzione sforna adattamenti videoludici di anno in anno, senza sosta. Neppure le petizioni online sembrano arrestare il fanboy che è in lui.



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