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Rocky V

05/05/2008 10:00

Vito Sugameli

Recensione Film, rocky,

Rocky V

Rocky ha deciso una volta per tutte di appendere i guantoni al chiodo: niente più sudore che scivola sulla pelle, niente stress pre-incontro, niente retribuzion

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Rocky ha deciso una volta per tutte di appendere i guantoni al chiodo: niente più sudore che scivola sulla pelle, niente stress pre-incontro, niente retribuzione monetaria. Non ha però fatto i conti con il destino sornione e beffardo che lo priverà dei suoi averi. In questo clima di sconforto, profondamente angosciato, la sorte vuole che un ragazzo di nome Tommy Gunn (Tommy Morrison), voglia Rocky (Sylvester Stallone) come suo mentore. Per lo Stallone Italiano è più di un pugile da allenare: è un figlio. La giovinezza però non conosce gratitudine e porterà entrambi ad un duro scontro sul ring della strada.


Quinto capitolo di una delle saghe cinematografiche più longeve e apprezzate dal pubblico, Rocky V sulla carta vuole essere diverso. A partire dalla presenza agonistica, drasticamente sedimentata rispetto al passato. Niente più riflettori, arbitri e regole: come nella vita, l'unica legge che conta è quella della strada. La scelta del regista - scontata, se vogliamo, per il capitolo che avrebbe dovuto chiudere il cerchio - è ricaduta su John G. Avildsen, regista del primo Rocky. Su di lui sono puntati gli occhi degli appassionati: esigenti e rigidi esaminatori che nei decenni successivi al 1976 hanno tramutato il personaggio creato da Stallone nell'amico della porta accanto, un membro della famiglia; per alcuni, addirittura, è diventato un padre putativo. La responsabilità, dunque, è tanta. Ma l'approccio di Avildsen non sembra dare peso a questo fattore, né alle rimostranze rivolte ai capitoli precedenti: rifiuta l'effetto nostalgia e non appare neanche propenso all'innovazione. Perfino lo stato psicologico ed economico in cui versa Rocky lo estranea dal suo stesso personaggio descritto, tra alti e bassi, in 4 film cronologicamente coerenti. Perché in tutte le sue metamorfosi-fotocopia, l'autore è comunque riuscito a infondere un messaggio, una metafora dall'evidente spinta autobiografica. Qui invece la sceneggiatura si differenzia dai lavori precedenti per il desiderio di mischiare le carte in tavola allo scopo di creare scompiglio e qualche sorpresa (di troppo). Vittima di una cronica mancanza di idee e di una direzione palesemente sbagliata, Rocky V smarrisce la bussola e si perde nel suo ego. Per fortuna Stallone ritroverà la retta via 15 anni dopo, dando personalmente alla luce con Rocky Balboa la più autentica e rispettosa conclusione per la saga.


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