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Pranzo di ferragosto

29/10/2008 12:00

Silvia Badon

Recensione Film,

Pranzo di ferragosto

Quest’anno alla Mostra del cinema di Venezia, il premio al miglior regista esordiente è stato assegnato ad un personaggio che sembra tutto tranne un esordiente.

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Quest’anno alla Mostra del cinema di Venezia, il premio al miglior regista esordiente è stato assegnato ad un personaggio che sembra tutto tranne un esordiente. Infatti il sessantenne Gianni Di Gregorio da un pò lavora nel cinema. Dopo essersi diplomato in regia e recitazione all’Accademia di Arti Sceniche di Roma, l’incontro con Matteo Garrone è stato fondamentale: diventato il suo aiuto-regista, nel 2007, è anche co-sceneggiatore di Gomorra. Questa volta però Di Gregorio è il vero protagonista, con uno dei film italiani che ha maggiormente conquistato pubblico e critica durante il festival veneziano. La sua carta vincente è sicuramente la semplicità, sia nella trama del film sia nello stile registico assolutamente sobrio e spontaneo, ma efficace.


Il protagonista, Gianni (Gianni di Gregorio), è un uomo di mezza età che vive da solo con la madre anziana (Valeria De Franciscis); non può lavorare perché la donna necessita di continue cure e non può essere lasciata sola a lungo. Abitano in un appartamento signorile a Trastevere che però non possono permettersi, sommersi dai debiti e in arretrato con il pagamento dell’affitto. Attraverso questo espediente, altre tre signore anziane (Maria Calì, Marina Cacciotti, Grazia Cesarini Sforza) irrompono nella vita di Gianni, “invadono” la sua casa e sconvolgono le sue abitudini, anche se per pochi giorni.


Di Gregorio affronta il tema del rapporto madre-figlio in modo tenero e leggero, costruendo le situazioni più esilaranti del film attraverso il suo ribaltamento. Per Gianni, non esiste più una sola figura materna di cui prendersi cura: le altre donne sembrano tutte approfittare bonariamente dell’estrema premura dell’uomo verso la madre, facendosi accudire come bambine. L’uomo è subito pronto ad organizzare la vita in cinque nel piccolo appartamento ma subito si trova investito quasi del ruolo di “genitore”, con queste vecchiette che desiderano soltanto essere al centro delle attenzioni di qualcuno. Gianni cucina secondo i loro gusti, controlla che prendano le medicine, la sera passa a rimboccare le coperte ad ognuna e sopporta i capricci nati dalla convivenza forzata, come un padre lasciato a casa da solo con i figli. Il pregio del film è la capacità di dare un ritratto della vecchiaia suscitando il riso, senza mai scadere nell’offensivo o nel ridicolo. Con grande delicatezza, Di Gregorio denuncia uno dei problemi più pesanti della nostra società: l’abbandono e la solitudine degli anziani, soprattutto d’estate quando i figli fuggono in vacanza. Il pranzo di Ferragosto diventa una “festa” a cui le quattro donne non vogliono rinunciare, tornando alle loro vite grigie fatte di acciacchi e solitudine. Si preparano, si abbigliano, si truccano. Gianni, come lo spettatore, può solo restare commosso e partecipare alla loro insopprimibile giovialità.


La storia è legata all’esperienza biografica del regista e questo ha determinato la sua scelta di interpretare il protagonista. Non si può concludere senza parlare delle vere star del film: Valeria (Valeria De Franciscis), Maria (Maria Calì), Marina (Marina Cacciotti) e Grazia (Grazia Cesarini Sforza); tutte interpreti non professioniste, alla loro prima esperienza nel cinema, che il regista ha scelto dopo aver incontrato delle attrici vere e proprie. Probabilmente delle professioniste non sarebbero riuscite a caricare i loro personaggi di tale spontaneità e umorismo.



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