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Max Payne

21/11/2008 11:00

Marco Parini

Recensione Film, Speciale Videogiochi,

Max Payne

Che i tie-in cinematografici dei videogiochi non siano mai film “tratti da” ma sempre “ispirati a” è una triste realtà alla quale credo ci siamo tutti rassegnat

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Che i tie-in cinematografici dei videogiochi non siano mai film “tratti da” ma sempre “ispirati a” è una triste realtà alla quale credo ci siamo tutti rassegnati da tempo, e alla quale dovremo rassegnarci fino a quando qualcuno non capirà che forse il film cinematografico, che al massimo può durare 3 ore, non è il mezzo migliore per raccontare la storia di un videogioco e che bisognerebbe provare con un diverso formato (magari il telefilm). Quindi che il film Max Payne abbia una trama stravolta rispetto a quella del videogioco non è sorprendente, e non è certo l’elemento che fa scadere questa pellicola. Il vero problema è che dalla trasposizione filmica di un videogioco ti aspetti che conservi le atmosfere e il carisma dei personaggi originali, cosa che il film di John Moore fa solo in minima parte.


La molla delle due storie è la stessa: Max Payne, poliziotto di New York dalla vita felice, un giorno tragico torna a casa e trova dei criminali fatti di una droga chiamata Valchiria che hanno appena ucciso sua moglie e la sua piccola figlia. Da quel giorno Max, annientato dentro, vive solo per la vendetta. Da questa premessa comune le due storie si snodano seguendo strade differenti e conservando pochi elementi comuni (come il complotto dietro alla droga Valchiria e all’omicidio della moglie). Nel videogioco Max diviene un infiltrato nella mafia del narcotraffico finché un giorno viene scoperto, il suo collegamento col dipartimento anti-droga ucciso e la colpa fatta ricadere su di lui trasformandolo in un ricercato dalla mafia e dalla polizia. Nel film viene trasferito all’ufficio casi irrisolti e passa il giorno a fare lavoro d’ufficio mentre la notte pedina tossici alla ricerca di un collegamento con la morte della famiglia. Questi due diversi sviluppi iniziali rendono l’idea di quanto siano diversi, per ritmo ed atmosfera, le due storie. Là dove il videogioco tiene il protagonista sempre sotto pressione costringendolo a versare mari di sangue, per sopravvivere ancor prima che per giungere alla verità, il film permette a Max di condurre le sue indagini raccogliendo indizi abbastanza liberamente. Solo quando arriva ad impicciarsi abbastanza degli affari sporchi dei cattivi questi inizieranno a fare sul serio, mentre la polizia, pur sospettandolo di omicidio, non si attiva mai per dargli davvero la caccia lasciando un solo detective ad occuparsene. Gli stravolgimenti purtroppo non colpiscono solo la storia ma anche i personaggi e l’atmosfera. L’unica cosa che il film conserva intatta dell’atmosfera del gioco, facendo un buon lavoro, è la New York invernale che, sia nell’uno che nell’altro, è cupa, inospitale, soffocante e alienante. Per il resto niente è come dovrebbe essere. Se nel videogioco Max Payne è un uomo determinato ma anche cinico, sarcastico, pazzo, nel film è un uomo - interpretato da Mark Whalberg - determinato, di poche parole, monoespressivo.


Mona Sax (Mila Kunis) da assassina spietata e femme fatale, in grado di rubare la scena al protagonista ogni volta che appare in scena, diventa una spalla relegata sullo sfondo col solo compito di dare due dritte all’eroe e salvarlo al momento giusto; un personaggio profondo come una pozzanghera la cui motivazione sembra, ed è, poco più di un pretesto. Il narcotrafficante pazzo Lupino, che ricopre la parte di cattivo per quasi tutto il film ed è il più convincente in tale ruolo, esce di scena in maniera sbrigativa e ridicola. B.B. è sospetto, soprattutto da metà film, come il classico maggiordomo dei gialli e il suo voltafaccia verso la fine difficilmente sorprenderà qualcuno, anche chi non ha mai toccato il gioco. Degli altri personaggi nessuno si salva dall’accusa di essere una macchietta ben vestita; personaggi poco profondi che servono solo a portare avanti la trama e il cui ruolo diventa subito palese allo spettatore, quasi indossassero delle maschere indicanti il proprio ruolo come nelle antiche commedie. La trama prosegue liscia e senza intoppi con colpi di scena ridotti all’osso e prevedibili. La grande quantità d’azione e di violenza, sia fisica che verbale, che caratterizza la storia del gioco viene ridotta al minimo indispensabile, ed è palese come tale scelta sia stata fatta per evitare che al film venisse assegnato un rating troppo alto con conseguenze spesso ridicole (come quando Max pesta a sangue una persona per avere informazioni ma questa… non sanguina). La conseguenza non è solo una grande delusione per gli appassionati del gioco ma anche una perdita di pathos della pellicola che sotto questo aspetto resta parecchie lunghezze indietro rispetto ad altri film recenti. In conclusione Max Payne” e un thriller mediocre, montato sui binari ben precisi di una sceneggiatura al minimo sindacale e che fallisce, com’era prevedibile e inevitabile, nell’essere la trasposizione cinematografica del videogioco; ma fallisce anche nell’essere un film godibile a sé (a meno che non ci si accontenti) e nell’essere un film in grado di sopravvivere degli omaggi fatti al prodotto originale.



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