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Il colore viola

10/01/2009 12:00

Silvia Badon

Recensione Film,

Il colore viola

Spielberg racconta una discriminazione che non fa differenze tra bianchi e neri: quella delle donne

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Nel 1985, dopo lo strepitoso successo di Indiana Jones e il tempio maledetto, Steven Spielberg lascia per un attimo le storie da blockbuster per dedicarsi ad un tema difficile. Nello stesso anno, la trentenne Whoopi Goldberg lascia il teatro per il suo esordio cinematografico.


Tratto dal romanzo omonimo (premio Pulitzer nel 1983) di Alice Walker, Il colore viola è solo apparentemente un film che tratta la questione razziale: certo, i protagonisti sono gente di colore che vive in Georgia all’inizio del Novecento, ma Spielberg non si è fermato qui. Ha superato il luogo comune dell’uomo di colore sfruttato ed emarginato dalla comunità bianca e ha invece raccontato una condizione di discriminazione che paradossalmente non fa differenze tra bianchi e neri: la vita femminile. Il viola è il colore di un campo di fiori, ma è anche il colore delle donne che popolano il paesino dove finisce a vivere Celie (Whoopi Goldberg), è il colore della libertà agognata e pretesa. Alternando momenti forti a passaggi delicati, Spielberg racconta la vicenda di Celie che è la vicenda di tutte le donne che le vivono attorno, in una sfilata di personalità diverse, affascinanti, che portano sul corpo i segni reali dei loro drammi privati. Anche i personaggi solo apparentemente più liberi come Shug (Margaret Avery) ed emancipati come Sophia (Oprah Winfrey), sono afflitti da profonda solitudine o vengono schiacciati dalla società circostante. Spielberg però non lascia le sue protagoniste senza speranza e spiragli per il futuro. Le sofferenze patite rendono queste donne le figure più forti del film; con il passare degli anni, gli uomini invecchiano soli e decrepiti, rovinati dalla loro stessa violenza, mentre Celie e le sue compagne, sopravvissute all’ingenuità della giovinezza, sembrano quasi ringiovanire in una nuova vita conquistata. Oltre alla creazione di questa galleria di figure appassionanti, Steven Spielberg si distingue, ancora una volta, per l’eccezionale ricostruzione storica, la maestria nell’alternanza di ambienti interni dettagliati e paesaggi esterni, luminosi e colorati.


Solo alla sua prima prova cinematografica, la Goldberg vince il Golden Globe come migliore attrice, meritatissimo per questa che è forse l’interpretazione più commovente e drammatica della sua carriera. La ricchezza espressiva permette al suo personaggio di esprimersi con poche parole e di coinvolgere lo spettatore con lo sguardo ed un sorriso appena accennato. Accanto a lei, nel ruolo di Albert, troviamo Danny Glover (Arma letale, Saw, The witness), che mostra le sue doti maggiormente nell’ultima parte del film, quando domina solo la scena. Centrale nella vicenda e molto intensa è anche Margaret Avery, qui nel ruolo della cantante Shug e apparsa in altri film minori. La colonna sonora è stata composta da Quincy Jones, grande musicista di Chicago, produttore musicale e autore di numerose colonne sonore.



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