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I protagonisti

13/03/2009 12:00

Giuseppe Salvo

Recensione Film,

I protagonisti

La carriera artistica di Robert Altman non è mai stata particolarmente in sintonia con le idee e gli obiettivi del commercio cinematografico...

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La carriera artistica di Robert Altman non è mai stata particolarmente in sintonia con le idee e gli obiettivi del commercio cinematografico. Indomabile, caustico, pungente, si è sempre affermato per uno stile registico sfuggente alla logica dei generi tradizionali, tendente a prendere di mira, di volta in volta, aspetti dell’universo sociale, per restituirceli demistificati, sconfessati di qualsiasi visione menzognera e illusoria. Assurto tra i grandi maestri del cinema mondiale – opere quali MASH e soprattutto Nashville, rimangono pietre miliari osannati da pubblico e critica – Altman si è trovato a un certo punto della sua carriera – gran parte degli anni Ottanta – a percorrere una strada divergente dalla macchina produttiva hollywoodiana. Strada che lo ha restituito al tempio da cui era stato esiliato, attraverso alti e bassi, e lavori non all’altezza della fama raggiunta precedentemente. I Protagonisti prende di mira proprio le fruttuose e redditizie dinamiche che il cinema americano sostengono.


Philip Mill (Tim Robbins) è il rampante executive di un’importante casa di produzione di Hollywood; il suo lavoro si svolge ricevendo agonie e frustrazioni artistiche di scrittori e sceneggiatori, ansiosi di sottoporre alla sua attenzione soggetti, idee, copioni – quasi sempre strampalati – e disposti a tutto pur di vedere le porte della fama spalancarsi. Nonostante il successo lo arrida, la sua professione viene messa in discussione dall’arrivista Larry Levy (Peter Gallagher), e la sua vita privata turbata dalle maniacali minacce di un anonimo. I sospetti potrebbero ricadere sui tanti scrittori liquidati e in attesa di risposta; ma il dubbio pende su un certo David Kahane (Vincent D’Onofrio). Mill lo raggiunge a Pasadena, e dopo un accesa discussione, lo uccide. In preda alla totale perdizione d’ogni morale, comincia a frequentare June (Greta Scacchi), compagna dello scrittore. Il vortice di paura e abiezione che lo avvolge, sarà destinato a infittirsi quando, ricevute altre lettere, scopre che i sospetti era ricaduti forse sulla persona sbagliata.


Il film si apre con i titoli di testa accompagnati da un lungo piano sequenza, mentre il responsabile alla sicurezza espone impettito le proprie teorie proprio sul plane sequence, citando Welles e Hitchcock. Fin dai primi minuti si scorge la lunga sfilza di comparsate che costellano tutta la pellicola; vecchi volti del passato altmaniano (tra i quali Joan Tewkesbury, sceneggiatrice di Nashville) e star di oggi, che si prestano a recitare la parte di se stessi con apprezzabile autoironia (e tutti retribuiti al minimo sindacale). Scritto brillantemente da Michael Tolkin, autore anche del romanzo da cui è stato tratto, il film intreccia la trama attorno a un delitto – tuttavia non diventando mai un film di genere – come mezzo per mettere in scena il mondo del cinema, i retroscena infimi e talvolta spietati che si nascondono dietro facciate di tutto rispetto, erte da players avidi di potere, che scalano più o meno probamente la salita del successo. Il film è cosparso, oltre che dei numerosi camei, di un sapiente gusto cinefilo e citazionista, in un turbinio di autoreferenzialità mirata e scagliata per cogliere il segno (emblematica la citazione di Viale del tramonto: il cinema, rappresentato dalla diva, che uccide lo scrittore, diviene metafora di un'inquietante tendenza hollywoodiana). Altman allestisce un’allegoria sul cinema, ma che si estende, a ben guardare, a tutti i mondi nei quali si sacrifica qualsiasi cosa pur di ottenere ricchezze e glorie facili, e nei quali i colpevoli non pagano mai.



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