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Klimt

21/03/2009 12:00

Antonella Sugameli

Recensione Film,

Klimt

La vita del pittore austriaco Gustave Klimt rivive grazie alla macchina da presa del cineasta cileno Raoul Ruiz...

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La vita del pittore austriaco Gustave Klimt rivive grazie alla macchina da presa del cineasta cileno Raoul Ruiz. Nel ruolo del riservato artista, John Malkovich. La vita del pittore è stata da sempre avvolta da un velo di segretezza e la regia di Ruiz ne enfatizza l’essenza; esaspera i toni accademici ed estetici di un bohémien incallito, amante dell’arte e del bello, dell’amore e del corpo femminile. Esalta la poeticità della sua espressione pittorica in forme di colori sinuose, cangianti e brillanti come piccole foglie d’oro intrappolate tra petali di macchie scure, chiare, variopinte. L’universo di Klimt, criptico, ermetico, sublime, si rivela mostrandosi per quel che è stato ed è ancora oggi: un mistero.


Klimt forma la sua complessa personalità a cavallo tra il XIX secolo ed il XX. Dal naturalismo delle prime opere si infiamma di un fervente simbolismo nelle successive. Evidenti gli influssi delle teorie psicanalitiche freudiane: suoi quadri sono la sintesi perfetta di un immaginario sessuale fervido e mutevole. Taciturno e riservato parla ed esprime se stesso tramite le sue tele: forme, colori e materiali comunicano un mondo multicolore e sfaccettato. La pittura è la voce del suo inconscio vivo, attraverso cui manifesta ciò che la veglia addormenta; qui solo amplifica le sue pulsioni e le materializza in formato bidimensionale. L’accusa mossa più volte alla sessualità spudorata dei suoi dipinti non ne ha smorzato la verve creativa; fedele soltanto al suo io artistico, non ha mai accettato compromessi, ammantando di spiritualità quella carnalità per molti così fastidiosamente esplicita. Il film di Ruiz cerca di cogliere ogni aspetto della sua vita complessa e sconosciuta, procedendo per flashback e visioni. Si intrecciano, pertanto, anche nel film, realtà e finzione. Le donne nude o seminude sono per metà terrene e per l’altra metà divine. Trasposizioni del suo io più intimo e disinibito? Fatto sta che Klimt non riesce a possederle pur instaurando con loro solo ed esclusivamente relazioni di tipo sessuale. Sono epifanìe, fuggevoli fantasmi della memoria o dell’inconscio. Esseri incontrati o da incontrare. Fotogramma dopo fotogramma è come spulciare un quadro dello schivo artista. Si incontrano strani personaggi in un caffè di Parigi, si assiste a dibattiti sull’arte e a improbabili incontri romantici. Impossibile comprendere appieno il senso dell’opera: lontana da una banale biografia, più simile ad un quadro pulsante, in cui il regista/Klimt racconta se stesso attraverso non più una tela, ma una telecamera. Il regista lascia incompiuta la sua opera - come era solito fare spesso Klimt - perché sia il pubblico a completarne il senso con l’immaginazione ed il sentimento.


Hermann Bahr scrisse sul suo Discorso su Klimt: «Solo un amante può rivelare all’uomo il significato della vita e svelarne l’essenza più intima: ecco è la stessa sensazione che provo nei confronti di questi dipinti.» L’Io critico lascia il posto all’io emozionale. Il giudizio è sospeso. Il film, come il quadro, viene fruito al di là del suo significato, per la bellezza delle sue forme e delle sue visioni oniriche con il vantaggio di poter godere nella pellicola, della voce narrante, seppur fittizia, di un Klimt/Malkovich in grado di condurci, da buon Virgilio dantesco, nell’inferno della verità scenico/artistica.



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