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Katyn

22/03/2009 12:00

Angela De Angelis

Recensione Film,

Katyn

Katyn è un film che conquista nel profondo...

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Katyn è un film che conquista nel profondo. Racconta la lotta politica, ideologica e anche fisica per conservare la memoria e sostenere la verità. Una verità reale, da difendere contro la menzogna creata dal potere comunista e il suo tentativo totalitarista di annientare la memoria di coloro che furono uccisi.


Nella primavera del 1940, la polizia politica di Stalin – la NKVD – massacrò 22.000 prigionieri militari catturati nell’autunno del ’39, durante la guerra tedesco-sovietica contro la Polonia. Quell’autunno, infatti, l’Armata Rossa staliniana aveva invaso il territorio polacco dopo che la Germania nazista aveva già iniziato l’opera di annientamento delle coscienze. Con un buon esperimento evocativo, Andrzej Wajda utilizza le persone e i sentimenti di coloro che vissero questa tragedia per modellare il corpo del film, per mostrare alle generazioni future la realtà dei fatti, e soprattutto, per non dimenticare. E lo fa attraverso lo svolgimento di storie individuali, parallele tra loro, che urlano attraverso la forza dei suoi personaggi.


Anna è la moglie di un Capitano del reggimento Uhlan. In un ultimo disperato e fugace incontro, insieme alla figlioletta, lo prega di fuggire con lei, e non andare incontro a disfatta certa. Ma l’uomo è troppo fedele al suo dovere di soldato, e parte, fiducioso che le cose possano risolversi. Quando la donna riceve la prova inconfutabile della morte dell’amato, rifiuta la verità e continua a sperare insieme alla suocera e la figlia. La moglie di un altro Generale, nello stesso tempo, apprende che il marito è morto, dopo la scoperta delle fosse comuni nei boschi di Katyn, effettuata dall’esercito tedesco. Infine Agnieszka, sorella di un pilota fatto prigioniero insieme al marito di Anna, cerca di opporsi, anche a suo discapito, all’omertà che circonda l’assassinio del fratello; ma nessuno, neppure l’altra loro sorella, è interessata a fare giustizia. Jerzy, un amico e compagno del marito di Anna, sarà l’unico sopravvissuto apparente dell’accaduto. Ma nel profondo della sua anima l’orrore non può lasciare scampo. Con tutte le tragiche conseguenze.


Il regista riesce a trovare il compromesso giusto per contenere e intrecciare le reali vicende politiche con le storie più intime legate ai singoli personaggi, familiari delle vittime. Ecco perché riusciamo a sentire pienamente questa parte della storia del nostro continente, anche senza averne magari mai approfondito l’argomento, e ad immedesimarci nelle storie delle mogli, dei giovani, dei bambini, dei vecchi e anche dei politici. Le persone che vissero quei momenti storici e che soffrirono il trapasso da un’era ad un'altra. Un film fatto di persone, che parla alle persone. Questo era l’intento di Wajda, ed è un’onda che ci investe, nella calma “apparente” dei nostri tempi. La recitazione del team di attori polacchi si accende talvolta di qualche eccesso teatrale, ma riesce comunque ad evocare i costumi e la mentalità di un popolo. Così, senza diventare un documentario ma raccontando con spirito di equilibrio e veridicità, Katyn commuove e appassiona, senza scivolare nel lacrimevole. La scena in cui i soldati recitano il Padre Nostro nella lingua di appartenenza, tende al limite le corde emotive dello spettatore, e se può apparire artatamente trabordante, è giustamente esemplificativa del profondo senso di appartenenza religiosa che tutto il popolo polacco respira.



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