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Stella

22/03/2009 12:00

Luca Provenzano

Recensione Film,

Stella

Parigi, fine anni settanta...

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Parigi, fine anni settanta. Stella è soltanto una ragazzina di undici anni, eppure crede di essere già una donna. Cresciuta infatti sul bancone del bar di periferia gestito dai suoi genitori, Stella ha dovuto ben presto lasciarsi dietro i giochi da bambina per venire a contatto con una società fatta di alcolizzati, giocatori d’azzardo, disadattati che non fanno altro che ritrovarsi nel locale di gestione familiare dove ogni sera si inscenano siparietti non proprio edificanti. E sarà con questo background che Stella approderà suo malgrado in una prestigiosa scuola tramite la quale, complice l’improbabile amicizia con la vispa Gladys, ragazzina proveniente da una famiglia di letterati ed artisti, la piccola “scugnizza” parigina aprirà la propria mente ad un nuovo mondo, soppiantando pian piano quello precedente composto solamente da emarginazione e poster ingialliti.


La pellicola di Sylvie Verheyde (in buona parte una storia autobiografica) è dunque il classico film sul disagio sociale, sul come le condizioni materiali e ambientali possano influenzare, e in molti casi castrare del tutto, il diritto alla crescita e allo sviluppo personale e culturale propri di ogni essere umano. Stella è una ragazzina brillante, curiosa della vita e attratta da essa in ogni suo aspetto, eppure la sua mente è inaridita e svilita da un ambiente soffocante, dove ad una madre sempre indaffarata a servire i clienti al bancone si appaia un padre lacerato dal mal di vivre e che trascorre le sue giornate fumando sigarette e giocando a stecca col suo amico d’infanzia, il compianto Guillame Depardieu. Attorno a questo nucleo orbitano poi tutta una serie di anime perdute, di vite spezzate, di fiori mai sbocciati ma subito appassiti, che trasmettono agli occhi della giovane bambina l’immagine stessa della desolazione, dalla quale comunque lei riuscirà infine a tirarsene fuori.


Perché, in tutto questo, Stella (interpretata con convincente delicatezza dalla brava Leora Barbara) si può considerare una bambina fortunata. Nonostante l’impatto durissimo con la nuova ed esigente realtà scolastica e il duro scontro con dei compagni considerati dei “ragazzini” e un corpo insegnante inizialmente ostile nei suoi confronti, alla fine dell’anno Stella farà tesoro dell’esperienza avuta in dono rendendosi conto, nonostante la sua tenera età, di come quella appena datale fosse l’unica occasione per crearsi un futuro vissuto in prima persona, lontana dalle catene che l’ignoranza e l’emarginazione impongono sui propri prigionieri. Ed è la stessa regista sul finire del film a farci intendere come Stella sia una privilegiata mostrandoci, mediante un malinconico excursus nelle campagne francesi, come per molti quest’occasione non arrivi mai, con intere generazioni a vagare perduta tra violenza e ignoranza.


Stella quindi ci ricorda il valore fondamentale dell’istruzione, di come essa possa, e anzi sia fondamentale, per tingere il nostro mondo di opportunità e di affermazione sociale ed individuale. In alcuni punti l’opera ella Verheyde pecca forse di eccessiva enfasi, di un tono eccessivamente e marcatamente patetico, ma resta comunque un’opera di formazione genuina e verace, capace di far riflettere come di commuovere lo spettatore.


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