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Cous cous

22/03/2009 12:00

Antonella Sugameli

Recensione Film,

Cous cous

Beiji, lavoratore da più di dieci anni nell'azienda in cui presta servizio, viene licenziato...

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Beiji, lavoratore da più di dieci anni nell'azienda in cui presta servizio, viene licenziato. A sessant'anni si ritrova separato e senza lavoro, mentre vive nell'albergo gestito dalla nuova compagna e dalla figliastra. Nonostante i rapporti tesi con l'ex moglie, è ancora molto legato alla famiglia, ai figli ed ai nipotini, e per garantire loro un futuro migliore, decide di aprire un ristorante a gestione familiare. Ad ostacolare il suo sogno, però, intervengono cavillose procedure burocratiche e la mancanza di fondi sufficienti a coprire le spese iniziali. Ogni cosa sembra perduta, quando inaspettatamente interviene la famiglia a salvare il salvabile...


Beiji (Habib Boufares) è un uomo devoto alla famiglia, disposto a sacrificare tutto se stesso per il bene degli altri. Licenziato nell'azienda dove ha prestato servizio per svariati anni, decide di utilizzare la liquidazione per restaurare una vecchia imbarcazione abbandonata e trasformarla in un ristorante. Purtroppo a complicare il tutto vi sono necessarie procedure burocratiche; la mancanza di liquidità immediata per coprire le spese, e gli scarsi agganci nelle alte sfere politiche e portuali. La situazione sembra priva di soluzioni, ma il buon Beiji - pronto a correre ogni rischio pur di realizzare il suo sogno - procede comunque al restauro, aiutato dai figli e dalla figliastra. Il suo obiettivo è dimostrare la fattibilità del progetto. A tal fine invita tutte le autorità del luogo – a lavoro compiuto – per fargli assaggiare il piatto forte: il cous cous. La famiglia si ritrova riunita nel progetto comune e durante la serata inaugurale partecipano molti ospiti e personalità importanti, tutti in attesa di gustare la prelibata pietanza. Il cous cous però non arriva, lasciando gli ospiti insoddisfatti ed ubriachi. Ogni sacrificio appare vano e ogni speranza perduta. Ma le donne, in circostanze improbabili, sanno sempre trovare la soluzione e capovolgere una situazione disperata in una nuova opportunità di riuscita.


Volti emaciati, donne dalle forme sinuose, voci modulate da una lingua arcaica e musicale arricchiscono questo affresco corale e realistico. Meravigliosa Hafsia Herzi (nel ruolo della figliastra), la sua performance regala spasmi di afasia. La regia di Abdellatif Kechiche realizza un film da guardare, da sentire, da godere con tutti e cinque i sensi. E' possibile assaporare il cous cous, sentirne gli effetti benefici anche attraverso uno schermo, annusarne i profumi, apprezzarne il sapore. La macchina da presa è impertinente e verace, la sceneggiatura utilizza un linguaggio farsesco e popolare, avvicinando il pubblico agli attori in una mise en scene collettiva. Il rapporto empatico è inevitabile, la tensione è spietata fino alla fine. Nessuna catarsi libera lo spettatore, imbrigliato tra le fitte maglie del textum. Il pubblico sorseggia ogni goccia di liquore, gusta ogni cucchiaio di cous cous, diventa parte integrante della sinossi narrativa e ne viene totalmente risucchiato, come un minuscolo granello di semola incocciato dalle mani esperte del filmaker.



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