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Revolutionary Road

22/03/2009 12:00

Lorenzo Pedrazzi

Recensione Film,

Revolutionary Road

La strada del conformismo

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Quando Frank e April si conobbero, erano entrambi animati da scintillanti ambizioni: April studiava da attrice, mentre Frank, pur non avendo ancora le idee chiare sul suo futuro, sentiva di essere destinato a grandi cose. Nulla a che vedere, insomma, con la sconfortante routine della classe media americana anni Cinquanta. Ma, dopo la nascita di due bambini e il trasferimento in una accogliente villetta su Revolutionary Road, i due sembrano ormai perfettamente integrati in quel modello di vita che cercavano a ogni costo di evitare: Frank lavora nello stesso ufficio in cui era impiegato suo padre, ed April, dopo una fallimentare esperienza nei teatri di provincia, si ritrova a occuparsi della casa e dei figli. Sarà proprio lei a rilanciare i sogni della coppia, con un’idea azzardata eppure molto allettante; ma dopo i primi entusiasmi e l’iniziale adesione di Frank, l’ansia di conquistare una sempre maggiore sicurezza economica prenderà il sopravvento…


La Revolutionary Road è il punto di convergenza di un’epoca: non solo una strada come tante in una indefinita provincia americana come tante, ma una fedele riproduzione in scala degli agghiaccianti happy days anni Cinquanta, quando l’ottusità e la paranoia perbenista trovarono terreno fertile per i fenomeni del maccartismo e della caccia alle streghe. Ma è soprattutto lo specchio di un’intera società, di un mondo, nel quale Frank e April Wheeler vedono riflesso il fallimento delle loro aspirazioni e delle loro speranze, e della promessa che si erano fatti l’un l’altra di non lasciarsi mai assorbire da quell’insopportabile conformismo diffuso. E invece proprio loro, invidiati da tutti in quanto coppia dinamica e moderna (ma di una modernità comunemente accettata perché innocua, giovanile, rientrante nelle convenzioni), proprio loro si rivelano i campioni di quel sistema di valori tanto odiato: è il crollo dei sogni di evasione, quando un giorno ci svegliamo e ci scopriamo soltanto normali.


Sam Mendes, alla quarta prova cinematografica, centra il suo miglior film, partendo dal romanzo omonimo di Richard Yates per lavorare su un’analisi, lucida e spietata, delle contraddizioni interne a ogni rapporto sentimentale, nel momento preciso in cui la realtà dei fatti stride con l’evanescenza dei desideri post-adolescenziali. Contraddizioni, queste, che emergono principalmente grazie al personaggio interpretato da Michael Shannon, John, il figlio mentalmente disturbato dei vicini della famiglia Wheeler, che assume una statura quasi tragica (è un matematico cui gli elettroshock hanno spazzato via ogni cognizione scientifica) e che agisce da splendido raisonneur denunciando l’ipocrisia del buon vicinato e mettendo i due protagonisti di fronte alla verità delle loro scelte. Ciò che però rende Revolutionary Road così tremendamente efficace, è il contrasto fra lo stile di Mendes – qui più sobrio che in passato, privo (o quasi) di pretestuosi vertici liricheggianti – e la drammaticità delle situazioni: la dolcezza dell’accompagnamento musicale, le riprese senza stacchi sui dialoghi (come pure sulle due uniche, brevi e nevrotiche scene di passione) trasmettono un senso di distacco consapevole e vagamente straniante, che tiene lo spettatore a metà fra il coinvolgimento emotivo e la valutazione critica di quanto accade davanti ai suoi occhi. Un equilibrio davvero difficile da realizzare, ma ben riuscito grazie all’ottima confezione patinata unita allo sguardo cosciente dell’autore, abile a costruire una delle rappresentazioni più soffocanti di quella che gli americani ricordano come l’età dell’innocenza. Mentre la strepitosa performance di Kate Winslet e Leonardo Di Caprio, ormai lontanissimi dal romanticismo adolescenziale di Titanic, regala duetti memorabili per crudeltà e impegno.



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