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Nella valle di Elah

23/03/2009 11:00

Giuseppe Salvo

Recensione Film,

Nella valle di Elah

Si dice che in battaglia tutto sia concesso...

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Si dice che in battaglia tutto sia concesso. Esistono dinamiche, comportamenti, degenerazioni della mente umana che restano inspiegabili, inafferrabili fuori dalla realtà della guerra. Lo sa bene Hank Deerfield (Tommy Lee Jones), veterano del lontano Vietnam, che della causa militarista è sempre rimasto convinto sostenitore. Nonostante la vita gli abbia riservato il dolore della perdita di un figlio, lascia che il secondo e ultimogenito Mike parta per l’Iraq; tornato in licenza, il ragazzo scompare in una base del Nuovo Messico. Le fumose tracce porteranno alla brutale scoperta di un corpo fatto a pezzi e carbonizzato in suolo militare, che corrisponde a quello di Mike. Al vecchio sergente non rimane che affidarsi a tutta la forza della disperazione e del proprio orgoglio sfregiato, e con l’aiuto e la determinazione del detective Sanders (Charlize Theron), mettersi alla ricerca di una verità insabbiata e scomoda per i militari, per gli equilibri governativi, per una coscienza nazionale il cui fervore patriottico cede, ogni giorno di più, all’intimo strazio della privazione.


Paul Haggis dà voce alla più profonda avversione antimilitaristica, all’idiosincrasia nei confronti dell’occupazione occidentale in medio oriente, promotrice di ogni mezzo risolutivo, lecito e illecito, pur sempre giustificato dal fine democratizzante. Il risultato non è un discorso sulla guerra: piuttosto sulle sue nefaste ripercussioni nelle coscienze individuali, sulle aberrazioni scatenate dall’aver visto ciò che si è visto, dal toccare le fiamme dell’inferno e non venirne più scottati. Il regista – e sceneggiatore – ha l’impeccabile intuizione del ritmo, alternando sensibilmente tensione e commozione, in una narrazione capace di toccare e sconvolgere le più profonde corde emotive.


La parabola esistenziale di Hank Deerfield – l’immenso Tommy Lee Jones – percorre il silenzioso e dignitoso cammino di un uomo alla ricerca della verità, e di una giustizia che riesca a lenire la perpetua stretta al cuore, il dolore che non riposa mai, della perdita dei propri figli. Il senso di asservimento nei confronti dello stato e dei suoi bisogni, l’obbligo militare, la dimostrazione del proprio valore in battaglia, sono ideali che resistono ai colpi di mortaio, alle fucilazioni e alle esplosioni fangose delle guerriglie urbane: chi non ha vissuto quell’inferno, non può capire. Ma l’angosciante senso della realtà attuale è che la folle girandola di morte e distruzione, nei suoi modi e strumenti, sembra anch’essa progredire con gli anni, evolversi in un senso sconsideratamente disumano. E allora i veterani del Vietnam non trovano parole di fronte alle moderne tragedie, paralizzandosi in uno sterminato silenzio. Forse non è più un paese per vecchi, o forse è il naturale degrado di un mondo malato, destinato ad avvolgere vessilli d’onore sulle bare dei propri figli. E’ giunto il momento di rivedere i valori sui quali fondiamo le nostre vite, giungere a rovesciarli, se necessario. La sequenza col quale il film chiude, dà il senso di questa consapevolezza raggiunta: il simbolo di un’intera nazione, con la sua storia e gli ideali che incarna, la bandiera a stelle strisce, garrisce alla luce rarefatta del mattino, capovolta, e logora. La valle di Elah è il luogo biblico nel quale il giovane Davide sfidò e uccise il gigante Golia. La considerazione sta a monte: perché mandare un bambino in un campo di morte, laddove i più valorosi guerrieri perdono miseramente la vita? L’assenza di risposta è un brivido di raggelante ineluttabilità.



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