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Il mai nato

26/03/2009 12:00

Marco D'Amato

Recensione Film,

Il mai nato

Niente di nuovo sul fronte occidentale...

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Niente di nuovo sul fronte occidentale. L’ultimo lavoro di David S. Goyer si inserisce pienamente nell’ormai stanco e ipersfruttato filone dell’horror made in USA, contagiato dalle influenze del cinema nipponico, senza aggiungere nulla di significativo. Gli 88 minuti della pellicola sciorinano, implacabili, tutti i cliché che hanno fatto la fortuna del genere, secondo un modello ormai pienamente standardizzato: Casey, ragazza vittima della persecuzione di un’entità spaventosa; padre, amici e fidanzato non le credono finché non sbattono il grugno contro la verità; madre morta in circostanze non chiare; un tragico segreto nascosto per venti anni che inevitabilmente riemerge dalle viscere del passato. E poi, insetti disgustosi, bambini malvagi dagli occhi spiritati fuoriusciti direttamente dal “Villaggio dei Dannati”, visioni da incubo orfane degli artigli di Freddie, gli specchi come passaggio tra mondi – Borges e Lewis Carroll docent –, rivelazioni e soluzioni che piovono dall’alto con facilità disarmante e ingenuità delirante. Mentre attorno crollano muri, vanno in frantumi porte e vetrate, uomini, riflettori e barelle vengono spazzati via come fuscelli, l’ultima pagina del libro degli esorcismi rimane ferma e imperturbabile, come gli Argonath di tolkeniana memoria, in attesa di essere raccolta durante la fuga.


La prevedibile cornice mistico-religiosa – che rimanda a L’esorcista, ma senza nulla di quella potenza in termini di violenza di immagini e oscurità di atmosfere – miete una vittima illustre: Gary Oldman, rabbino esorcista, pallida e scarsamente credibile controfigura del personaggio interpretato da Max von Sydow nel film di William Friedkin. E visto che si parla di ebrei, perché non indorare la pillola con un bell’antefatto storico, con protagonisti i nazisti, campi di concentramento e addirittura il famigerato Josef Mengele e i suoi tristemente famosi esperimenti genetici? L’interesse per i gemelli nutrito dall’Angelo della Morte di Auschwitz Birkenau, fornisce a Goyer lo spunto per trattare un tema da sempre fonte di fascino; il risultato nelle intenzioni dovrebbe avvicinarsi a Rosemary’s baby, ma non c’è nemmeno il pallido ricordo della subdola e allo stesso tempo pesante oppressione claustrofobica e del tangibile senso di angoscia che pervadono il film di Roman Polanski.


Tra le note positive, la presenza di Jane Alexander, che interpreta con delizioso accento ungherese il ruolo di Sofi, la nonna di Casey, anziana reduce dei campi di concentramento chiusa in ospizio e stoica custode del segreto della sua famiglia; di sicuro impatto le scene della trasformazione dell’innocuo vecchio paraplegico in un insaziabile quadrupede demoniaco dalla testa rovesciata, e del volto del piccolo Matty, succube del maligno dybbuk, che si sfigura rapidamente, mentre infierisce sul corpo di Romy, la migliore amica di Casey. Un film esclusivamente per appassionati oltranzisti del genere, che non rimarranno certamente delusi; tutti gli altri potranno comunque ritenersi soddisfatti, ammirando su grande schermo la splendida protagonista, già vista in Cloverfield, Odette Yustman.



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