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Duplicity

07/04/2009 10:00

Marco Etnasi

Recensione Film,

Duplicity

Claire Stenwick (Julia Roberts) e Ray Koval (Clive Owen) sono due agenti, rispettivamente, della CIA e dei servizi segreti britannici...

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Claire Stenwick (Julia Roberts) e Ray Koval (Clive Owen) sono due agenti, rispettivamente, della CIA e dei servizi segreti britannici. Durante un party a Dubai i due si incontrano per la prima volta e sembrano cadere fin da subito in un vortice di passioni al limite dell’attrazione fatale. Ma al risveglio della mattina seguente qualcosa è andato storto, perché uno dei due è stato drogato ed alleggerito dei documenti chiave per il compimento della propria missione. Dopo 5 anni, in quel che appare un incontro casuale a Roma, la passione esplosa anni prima tra i due, diviene adesso incontrollabile, e li porterà a un punto di svolta della loro vita: abbandonare i propri incarichi intergovernativi e sfruttare le abilità di spie nel campo privato per guadagnare il più possibile e ritirarsi a vita privata. Per realizzare questo desiderio, si inseriscono nel contesto di due multinazionali in costante contrasto: la Omnikrom diretta da Dick Garsik (Paul Giamatti) e la Burkett & Randle di Howard Tully (Tom Wilkinson). Il piano dei due ex-agenti è di infiltrarsi per poter rubare la formula di un nuovo prodotto cosmetico definito come uno dei più rivoluzionari di tutti i tempi.


Scritto e diretto da Tony Gilroy, Duplicity è una spy-story che gioca, per l’intera durata della pellicola, col significato intrinseco del titolo: vi è una perpetua dietrologia in ogni azione dei protagonisti, come in tutte le riprese del regista newyorkese intento a scherzare con gli spettatori facendoli dapprima partecipi dello svolgimento del plot, per poi spiazzarli ogniqualvolta si prefiguri il rischio di un prevedibile spiraglio nella narrazione. Alla sua seconda fatica come regista, dopo Michael Clayton, il premio Pulitzer Gilroy incentra le sue attenzioni sulla travagliata storia d’amore tra Claire e Ray, in cui il concetto di reciproca fiducia si impone come perno centrale della loro relazione: «Avrebbe fatto qualche differenza se ti avessi detto che ti amavo?» domanda lei, «Se me l’avessi detto o se ti avessi creduto?» risponde lui. Costantemente focalizzato su questa traballante convinzione emotiva dei due personaggi, il film si distacca dall’action movie per adagiarsi progressivamente verso la commedia sentimentale a sfondo spionistico. Anche grazie a Robert Elswitt (premio Oscar per la fotografia de Il Petroliere) il regista riesce, tramite visualizzazioni molto simili alle strisce dei fumetti – immagini chiare e molto vivide – ad imprimere ai 129’ di film un andamento rapido e mai scontato, in cui i cambi di scena divengono punti chiave dell’intero svolgimento, isolando il continuo divenire diegetico in singoli frame. Ad accompagnare le disavventure dei due “amanti segreti” sono le mutevoli note di James Newton Howard, capace di adattare, dall’alto della sua esperienza, i contenuti musicali a quelli scenici.


Più di qualche dubbio si insinua nella struttura portante del film, esasperatamente articolata e frazionata,che rischia di appesantire sensazioni che troverebbero più consona dimora nella leggerezza d’animo. Continui stravolgimenti spazio-temporali, dialoghi ripetuti all’infinito ed una quantità di nomi e nozioni da leges artis dello spionaggio rischiano di mandare in tilt un lavoro che avrebbe tutte le carte in regola per decollare, e che invece, sin dalla prima scena (ai limiti della commedia demenziale), solleva troppi interrogativi. Nessuna ombra, invece, oscura le brillanti interpretazioni di Clive Owen e Julia Roberts (coppia già collaudata in Closer) e Paul Giamatti, molto bravo a caricaturizzare un personaggio dai forti accenti seriosi.


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