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Nemico pubblico n.1 - L'ora della fuga

16/04/2009 10:00

Stefano Camaioni

Recensione Film, Film Thriller, nemico pubblico, gangster,

Nemico pubblico n.1 - L'ora della fuga

Seconda parte di un’opera unica, Nemico pubblico n...

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Seconda parte di un’opera unica, Nemico pubblico n.1 – L'ora della fuga continua il racconto della vita del fuorilegge Jacques Mesrine. Dopo la prima evasione dal carcere, inizia la sua vera carriera criminale vivendo ai margini della giustizia. Questa inedita parte della vita dell'antieroe è decisamente più interessante sotto l'aspetto prettamente storico rispetto al precedente capitolo, visti i continui rimandi alla situazione politica estera italiana e tedesca. Non sono pochi i riferimenti alla banda Baader Meinhof e alle Brigate Rosse, spesso espressi dalle semplicistiche riflessioni di Jacques, inconsapevole anarchico plagiato dalla cultura rivoluzionaria degli anni 70, illuso di far parte di quella coscienza antipolitica tanto in voga, ma allo stesso tempo dipendente dal sistema stesso. Il film analizza, passo dopo passo, tutte le sfaccettature del personaggio, la sua evoluzione che rappresenta un momento cruciale nella vita di Jacques, partendo dai suoi numerosi arresti alla conseguente campagna politica.


L'ora della fuga, a differenza del primo film, si avvicina più al cinema sociale italiano che alla coinvolgente caratura da gangster movie adottata ne L'istinto di morte, elemento che può suscitare malcontento o approvazione a seconda di chi lo guarda. Seppure siano perfettamente consecutive, le due pellicole si mantengono molto distanti sia per tematiche che per realizzazione tecnica: se nel primo la fotografia era pennellata di nero, blu e rosso, questo secondo capitolo lascia spazio al giallo e all'arancio, nella più tradizionale delle immagini degli anni '70, ponendo così una marcata linea di confine sia culturale che sociale tra le due differenti ambientazioni.


Estremamente piacevole, forse leggermente sottotono rispetto al dinamismo del primo, il secondo film deve comunque sostenere il peso di una durata piuttosto lunga – 2 ore e 15 minuti – che, di certo, non giova alla sua scorrevolezza. Tecnicamente rimane però ineccepibile: Richet conferma la sua innata capacità nel maneggiare la macchina da presa, un occhio attento e scrupoloso. Proprio per questo motivo, nonostante la sua durata, L'ora della fuga riesce a mantenere vigile lo spettatore, senza mai annoiarlo, senza sottoporlo a tempi morti. Ottima scelta per una produzione così imponente, fautrice di un'operazione mastodontica, destinata forse ad essere ricordata anche nel futuro con un certo occhio di riguardo.



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