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Il Sangue dei vinti

02/05/2009 11:00

Daniela Silvestri

Recensione Film,

Il Sangue dei vinti

25 aprile 1945: è la data della liberazione dell’Italia dalla dittatura nazifascista, e della vittoria dei partigiani che, dopo la resistenza e la lotta tra le

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25 aprile 1945: è la data della liberazione dell’Italia dalla dittatura nazifascista, e della vittoria dei partigiani che, dopo la resistenza e la lotta tra le montagne, scendono trionfanti nelle città. A 64 anni da questa data, il film di Michele Soavi, tratto dall’opera omonima di Gianpaolo Pansa, ripercorre quegli anni, quelle giornate, attraverso l’occhio da spettatore di Dogliani, un commissario di polizia tanto preso dalla risoluzione di un suo vecchio caso di omicidio da non accorgersi (forse volontariamente?) che, uno ad uno, amici e familiari gli muoiono vicino, ciascuno nella propria guerra, ciascuno nell’intento di rivalere le proprie idee e il proprio amore per la patria o per la libertà.


Il commissario Francesco Dogliani (interpretato da Michele Placido, nel giorno fatale dei bombardamenti americani su Roma, scova il cadavere di una prostituta, Costantina (Barbara Bobulova) mettendone in salvo la figlia sotto shock per l'accaduto, che non parla e si chiude in un ostinato mutismo. Dogliani, uomo di legge e d’onore, inizia una ricerca dell'assassino che lo accompagnerà per tutta la vita, sino ai primi anni Settanta quando, stanco e invecchiato, incontrerà proprio quella piccola bambina muta: con lei inizia un ultimo e nuovo viaggio per sedare, forse, i dubbi di una vita e raggiungere quella pace che cerca da anni. Ma il 19 luglio del 1943 non cambierà solo la vita di Francesco, ma anche di tutti gli altri protagonisti che, in un modo o nell’altro, hanno uno stretto legame con il commissario. Lucia (Alina Nedelea), sorella di Francesco, in arrivo alla stazione di Roma per il suo viaggio di nozze, perde il proprio giovane marito a causa del bombardamento. Ettore (Alessandro Preziosi), suo fratello, monta la voglia di riscatto e libertà e si arruola con i partigiani, nelle montagne piemontesi. Anna (Barbara Bobulova), attrice e sorella della defunta Tina e legata ad alcuni uomini di potere fascisti, dovrà assumersi le proprie responsabilità con la piccola Elisa e prendere decisioni che le cambieranno la vita per sempre. Una data, quindi, che inciderà su tutti i protagonisti della vicenda, ciascuno alla ricerca della propria libertà, della propria voglia di rimanere a galla e di sopravvivere, in una guerra che diventa sempre più fratricida e civile.


Il film di Soavi non ha la pretesa di interpretare e rileggere la storia, né tanto meno di alimentare polemiche o portare alla luce realtà ben note - anche se forse ancora poco approfondite - che buttino cenere sulla Liberazione. La sua è una storia di uomini, è il racconto del (molteplice) punto di vista di chi ha perso tutto e, accecato dalle ideologie, ha deciso di sacrificare se stesso in nome della patria. Il punto di vista dei partigiani che rischiano la vita per la patria degli italiani e della libertà, dopo anni di dittatura e oscurantismo; ma anche quello degli altri - la terza parte, che solitamente viene definita come parte civile o, più recentemente, come danno collaterale -, di chi, per viltà o spirito di sopravvivenza, decide di non schierarsi patendo le morti e il dolore del sangue versato senza capirne fino a fondo le ragioni. In questo film nessuno esce vincitore, ciascuno dei protagonisti ha il proprio fardello, la propria colpa da espiare, la propria dignità calpestata.


Coadiuvata da una fotografia livida e desaturata, capace di rendere in profondità le ferite della storia, l’asciutta regia di Soavi dipinge un’Italia divisa in due; una nazione che, oltre alle frammentazioni politiche e all’odio tra le parti, porta in sé conseguenze indelebili, spesso ignorate, nelle quali si nascondono segreti e sentimenti senza pace, persi nelle verdi lande del nord, scalfiti nel profondo degli animi e degli anni a venire.



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