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The Uninvited

07/05/2009 10:00

Marco D'Amato

Recensione Film,

The Uninvited

L’hanno fatto ancora...

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L’hanno fatto ancora. Che sia coreano, giapponese o cinese non importa, basta che sia un horror e provenga dall’estremo oriente e un produttore degli States ne vorrà fare un remake hollywoodiano. Il filone, partito con The Ring non si è ancora esaurito, e anzi sembra aumentare, tanto le idee originali scarseggiano. Continuando a scavare, tocca adesso al coreano A Tale of Two Sisters di Jee-Woon Kim tramutarsi in questo The Uninvited, da gettare in pasto al pubblico americano ed europeo. Il problema è che questi rifacimenti non sono quasi mai all’altezza degli originali, dei quali sviliscono atmosfere e profondità.


Anna (Emily Browning) viene dimessa dall’ospedale psichiatrico in cui è stata ricoverata dopo la tragedia che le ha portato via la madre in un incendio. Invitata dal padre (David Strathairn) a tornare nella vecchia casa di famiglia, la ragazza ritrova nella dimora la sorella Alex (Ariel Kebbel), ma anche la nuova compagna del padre, Rachel (Elizabeth Banks), che era stata l’infermiera della madre negli ultimi anni della sua vita. La normale diffidenza che si crea tra le due ragazze e la donna, vista come un’estranea, prende sempre più vigore quando le apparizioni della defunta madre di Emily e Alex indicano proprio in Rachel la responsabile della sua morte.


Intendiamoci, il film è ben girato e si vede che i registi, i fratelli Guard, ci sanno fare; il problema è la mancanza di tensione e mordente, di quell’inquietudine che l’originale creava, come è costume orientale, senza mostrare nulla, solo con sguardi carichi di emozioni contrastanti, porte cigolanti e rumori di sottofondo. Alla base del film di Kim c’era sostanzialmente l’agghiacciante rappresentazione dei rapporti tra le persone all’interno della casa (in particolare tra la nuova compagna del padre e la sorella maggiore), sempre più logori e sul punto di sfilacciarsi completamente; elettricità pura. Qui la tensione tra i protagonisti scivola via tra un’occhiataccia e qualche battuta poco convinta, per lasciare infine spazio alla trita sfilata di apparizioni mostruose e raccapriccianti bambini-guida. Davvero troppo poco, anche perché nemmeno gli attori riescono a risollevare le sorti del film: se Emily Browning si fa anche apprezzare (più per le fantastiche camicette colorate che indossa per tutto il film), non si può dire altrettanto della Kebell, totalmente inespressiva. A penalizzare ulteriormente e in modo decisi vola pellicola è l’apporto della Banks: il suo è un ruolo chiave, il catalizzatore di tutta la tensione all’interno della casa, il personaggio attorno alla cui ambiguità dovrebbe girare tutta la storia; la classica bellezza americana, bionda, palestrata e in salute, francamente ispira qualsiasi cosa fuorché paura e disagio. Lo spiazzante e ben congegnato coup de théatre finale ricalca quello dell’originale e strizza l’occhio a Shyamalan e ancor di più a Spider di Cronenberg.


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