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Alle soglie della vita

24/05/2009 11:00

Giacomo Ferigioni

Recensione Film,

Alle soglie della vita

Alle soglie della vita non gode della popolarità e del successo di altre pellicole bergmaniane (basti pensare che cronologicamente si trova "schiacciato" fra Il

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Alle soglie della vita non gode della popolarità e del successo di altre pellicole bergmaniane (basti pensare che cronologicamente si trova "schiacciato" fra Il posto delle fragole e Il volto), e in effetti si configura come film minore all'interno della vasta filmografia del prolifico regista scandinavo. I classici temi della vita e della morte - nonché della distanza che li separa - tanto cari a Bergman vengono questa volta declinati attraverso la storia di tre donne ricoverate nel reparto maternità di un ospedale locale; compresenza, condivisione e comprensione costituiscono le tre tappe progressive di una semplice, scarna, ma comunque significativa rete di rapporti che si instaura fra le protagoniste. Emergeranno quindi diversi approcci nei confronti della loro condizione (una perderà il figlio nei primi minuti del film; una è una giovane ragazza-madre che vede l'aborto come unica via di fuga dai propri problemi; la terza, invece, pare essere l'unica eccitata dalla situazione), il loro diverso relazionarsi con il mondo esterno e con il mondo maschile in particolare.


Al centro delle attenzioni di Bergman c'è soprattutto il rapporto che ogni protagonista ha nei confronti della vita (il titolo fa chiaramente riferimento alla condizione prenatale), esaltandone la valenza positiva. A fare da contraltare a tutto ciò vi è naturalmente la morte, ineludibile spettro che aleggia sulle pareti asettiche dell'ospedale e - soprattutto - sui destini delle tre protagoniste; è un Fato cieco, crudele nel suo agire senza criterio, che regalerà il meno prevedibile (e anche per questo, più doloroso) degli sviluppi alle vicende delle tre donne.


La sceneggiatura di Ulla Isaksson, scarna e priva di particolari fronzoli, sembra essere più adatta al palco teatrale che al lungometraggio; e la regia di Bergman, più che nascondere il rispetto quasi rigoroso dell'autore nei confronti delle unità aristoteliche, esalta a suon di primi piani il lavoro delle attrici (e che attrici: Bibi Andersson, Eva Dahlbeck, Barbro Hiort af Ornäs, Ingrid Thulin, tutte premiate ex-aequo a Cannes), la cui presenza riesce a trascendere una struttura narrativa tutto sommato rigida e a dare calore e partecipazione a questo accorato dramma femminile.



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