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L'erede

06/07/2011 11:00

Erika Pomella

Recensione Film,

L'erede

Bruno (Alessandro Roja) è un radiologo milanese che, alla morte del padre, riceve in eredità una bella villa, immersa nel verde degli Appennini...

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Bruno (Alessandro Roja) è un radiologo milanese che, alla morte del padre, riceve in eredità una bella villa, immersa nel verde degli Appennini. Per sfuggire alla vita caotica della città lombarda, decide di prendere immediatamente possesso di questo lascito; nella natura selvaggia che lo circonda, Bruno fa la conoscenza di Paola (Guia Ielo), vedova imprevedibile e madre di Angela (Tresy Taddei Takimiri) e Giovanni (Davide Lorino), che lo porteranno da una parte a scoprire il passato oscuro e misterioso del padre, e dall'altro sull'orlo di un incubo.


Opera prima del regista italo francese Michael Zampino, L'erede colpisce immediatamente per una certa eleganza: le atmosfere cupe e selvagge degli Appennini vengono rese in maniera ottima da un altrettanto eccellente fotografia, capace di ingrigire e rarefare l'ambiente, trasformandolo in una sorta di girone dantesco, una dimensione sospesa dove il figlio espia le colpe del padre. L'elemento più riuscito del film, in effetti, è da ricercarsi proprio nella costruzione di un'ambientazione inquietante, in grado di far sussultare gli spettatori. Sebbene il regista abbia asserito di essersi ispirato a capolavori come Rebecca, la prima moglie di Hitchcock e Shining di Stanley Kubrick per costruire questa "landa desolata" popolata da fantasmi e psicopatici, sembra piuttosto che le ispirazioni giungano da Haneke con il suo Funny Games, dove una famiglia all'apparenza felice, veniva segregata nella propria villa di campagna da una coppia di malintenzionati. Ed è proprio dall'inizio delle torture - con una scena (quella del coniglio) che pare richiamare quella pù famosa di Attrazione Fatale - che il film comincia a calare di livello. Invece di salire, alla ricerca di un climax, la pellicola di Zampino scende sempre di più, non riuscendo a tenere l'atmosfera e la tensione della prima parte. Colpa, anche, di una sceneggiatura - firmata dallo stesso regista e da Ugo Chiti - che presenta dei vuoti incolmabili, specie in fase di caratterizzazione dei personaggi. Nonostante una buona interpretazione, Alessandro Roja - il Dandy della serie Romanzo Criminale - appare sottotono nel portare sul grande schermo un personaggio che risulta anonimo e poco empatico. Intorno a lui, d'altra parte, si muovono caratteri che sono troppo abbozzati per trasformarsi in personaggi, sebbene sia palese l'impegno che tutti ci mettono per riuscirci; forse è proprio questo il punto. Lo spettatore, in sala, non riesce a vedere i personaggi, perchè la maggior parte di loro è nascosta dietro l'attore che lo interpreta. L'unica che riesce ad essere credibile è Guia Jelo che deve dipingere il carattere più complesso dell'intera pellicola.


Ammirevole il coraggio della casa di distribuzione Iris che continua a proporre film che si discostano dalla moda imperante del film di denuncia sociale e/o di teen-movie. L'erede in effetti cerca con tutte le sue forze di riproporre un genere specifico, che in Italia non trova mai molto spazio. Ma, sebbene le intenzioni siano ottime, c'è bisogno ancora di molta strada da fare.



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