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Feast

24/08/2011 11:00

Marco Filipazzi

Recensione Film,

Feast

Il Project Greenlight è iniziativa patrocinata da noti esponenti di Hollywood e dintorni (Ben Affleck, Matt Damon, Chris Moore, Wes Craven e supportata dalla Mi

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Il Project Greenlight è iniziativa patrocinata da noti esponenti di Hollywood e dintorni (Ben Affleck, Matt Damon, Chris Moore, Wes Craven e supportata dalla Miramax) che mira a incoraggiare il cinema indipendente e gli aspiranti filmaker. Molti dei prodotti sfornati sono discutibili, ma qualcosa di interessante c’è. È il caso di Feast, horror low-budget (costato circa tre milioni di dollari) diretto dal vincitore della terza edizione della suddetta manifestazione John Gulager e scritto da Marcus Dunstan e Patrick Melton, che conosceranno la fama come autori della saga di Saw dal IV capitolo in poi.


L’incipit è classico: in un lurido bar sperduto nel deserto si appropinqua l’ora di chiusura quando un tizio fa irruzione portando scompiglio tra i presenti. In una mano brandisce un fucile a pompa, nell’altra la testa mozzata di uno strano quanto mostruoso essere. Un secondo dopo si scatena l’inferno. Il film è praticamente tutto qui, ma nella manica conserva alcuni assi che sfodera al momento giusto. Innanzitutto la presentazione dei personaggi (tutti senza nome) è a dir poco geniale: vengono introdotti con freeze-frame sottotitolati che ne introducono le caratteristiche salienti. Poi ci sono gli effetti speciali, che conservano l’aura nostalgica e artigianale degli anni ’80. Per il resto il film è una sarabanda di battute affilate, situazioni demenziali e trucchi grandguignoleschi che ricalcano la tradizione irriverente di certe produzioni degli anni ‘80.


Feast rientra nella categoria delle “pellicole d’assedio” e attinge a piene mani da pietre miliari quali Distretto 13 e La notte dei morti viventi, anche se il richiamo più forte rimane Dal tramonto all’alba. Echi del film di Rodriguez sono presenti sia nell’ambientazione e dinamica dei fatti (un bar sperduto nel deserto preso di mira da creature affamate di carne umana) sia per lo stuolo di variegati personaggi che ammiccano ai più classici stereotipi da B-movie (il veterano di guerra, la bellona, la ragazza madre, lo spaccone, lo zotico, il barista, l’eroina senza paura, persino lo storpio). Intendiamoci, Feast non è certo uno di quei film che passerà alla storia per aver rivoluzionato il panorama horror, ma ha l’indubbio pregio di essere onesto e mantenere le proprie promesse, intrattenendo lo spettatore con un po’ di sano splatter vecchia scuola. Per cultori.



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