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Blood Story

27/09/2011 11:00

Erika Pomella

Recensione Film,

Blood Story

Let me in 2...

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Let me in 2.0: già nel 2008 l’allora esordiente Tomas Alfredson aveva portato sul grande schermo il capolavoro letterario di John Ajvide Lindqvist con ottimi risultati. Dopo che l’esplosione del fenomeno Twilight aveva portato in superficie tutta la sottocultura gotica/dark, Let Me in (in Italia distribuito con il titolo Lasciami Entrare) si era proposto come voce fuori dal gruppo, parlando di vampiri in maniera originale. Piccolo capolavoro della cinematografia svedese, il film di Alfredson aveva puntato tutto sulla chimica tra i due protagonisti, in un’ambientazione da brivido, gelida e cupa, che riusciva però a rimandare il riverbero dell’affetto tra gli originali Oskar e Eli. Due anni dopo, il regista di Cloverfield, Matt Reeves prende la pellicola di Alfredson e la ripropone al grande pubblico in una versione totalmente made in USA, spostando il racconto dalla fredda Svezia ad una cittadina del New Mexico.


Owen è un dodicenne problematico: figlio di genitori separati, con una madre che lavora tutto il giorno e un padre pressochè assente, il ragazzino passa gran parte delle sue giornate da solo, cercando di evitare le vessazioni dei bulli della sua scuola, che l’hanno designato come vittima delle loro angherie. L’isolamento di Owen viene, tuttavia, spezzato quando nel suo condominio arriva Abby, una misteriosa ragazzina che compare solo quando il sole si è ritirato dietro la linea dell’orizzonte. L’arrivo della bambina coincide con l’inizio di una serie di crimini efferati nella cittadina, e che sembrano indissolubilmente legati al mistero in cui Abby è avvolta.


Riproponendo lo schema generale della trama e utilizzato quasi le stesse inquadrature, Matt Reeves dirige un clone ben vestito, che fa delle situazioni sanguinolente il proprio punto di scissione rispetto al film d’origine. In Blood Story sembra esserci maggior spazio per le scene d’azione, dove il sangue scorre a fiotti a discapito di quell’attenta analisi psicologica che aveva fatto del primo Let Me in un piccolo gioiello. Tuttavia – nonostante il titolo della produzione italiana possa fuorviare – Blood Story non può essere in alcun modo considerato fino in fondo un film sui vampiri, poiché il vero fulcro della narrazione è l’incontro tra due individualità disturbate che si proteggono a vicenda. Non viene data alcuna spiegazione legata al mondo dei vampiri, e tutto quello di cui lo spettatore viene a conoscenza è solo un eco dell’immaginario collettivo. La macchina da presa è senz’altro più interessata a seguire la nascita di sentimenti tra Owen ed Abby, lasciando ai margini tutto ciò che non riguarda i due protagonisti. Ma è soprattutto grazie alla scelta di attori ad hoc che si deve il successo di questo doppelganger: rimane fedele in maniera quasi morbosa al film di Alfredson e, al contempo, si definisce come prodotto filmico a se stante. Owen è interpretato da Kodi Smit-McPhee, già apprezzato nel meraviglioso The Road, dove recitava al fianco di Viggo Mortensen. Abby ha il volto di Chloe Moretz, meravigliosa Hit-Girl in Kick-Ass e interprete di Carolyn Stoddard in Dark Shadows di Tim Burton, dove torna a fronteggiare creature soprannaturali. Presentato alla V edizione del festival internazionale del film di Roma, Blood Story - con un ritmo più frenetico e un’ambientazione più americana e cosmopolita rispetto all’originale – rappresenta un buon remake, facilitato da un film di partenza di indubbio spessore.



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