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The Blues Brothers

15/10/2011 10:00

Giuseppe Salvo

Recensione Film, film-commedia, blues-brothers,

The Blues Brothers

È una storia di inseguimenti quella dei Blues Brothers...

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È una storia di inseguimenti quella dei Blues Brothers. La loro avventura sgomma a bordo di una sgangherata Dodge Monaco del '74, tallonati dalla polizia dopo essere passati col giallo ad un semaforo, alla guida con una patente sospesa per centinaia di infrazioni; braccati dai neo nazisti dell'Illinois dopo che i due li avevano scaraventati in acqua durante una manifestazione filo-hitleriana; perseguitati da una vecchia fiamma mollata sull'altare e riaccesa dal fuoco di una sadica vendetta omicida; speronati da una band di musica country-western dopo averle soffiato l'ingaggio. Ma non si consumano nelle due ore filmiche le rincorse ai fratelli Blues; si prolungano al di là della pellicola, nell'arco degli anni trascorsi ad oggi, inseguiti da epigoni, critici cinematografici, imitatori, seguaci, produttori discografici ed eredi. A caccia dello stile musicale inconfondibile (miscela scanzonata di blues, rock'n'roll, R&B e soul) e un look intramontabile. E mai nessuno che, in più di trent'anni, sia riuscito ad acciuffare quei due squattrinati criminali.


Dopo aver scontato tre anni di detenzione per rapina, Jake Blues (John Belushi) ritrova il fratello Elwood (Dan Aykroyd) all'uscita del carcere. Visitato l'orfanotrofio cattolico dove sono cresciuti, i due apprendono dalla “Pinguina” suor Mary Stigmata (Kathleen Freeman), che la struttura chiuderà i battenti se non verranno versati, entro pochi giorni, cinquemila dollari di tasse sull'edificio. Sconfortati, i due fratelli si recano, su consiglio del vecchio inserviente Curtis (Cab Calloway), alla chiesa battista di Triple Rock ad assistere alla messa del reverendo James (James Brown), e durante la celebrazione della funzione gospel, Jake viene investito da un raggio di luce divina. La missione rivelata è di rimettere insieme la vecchia banda per racimolare i soldi necessari a salvare il vecchio orfanotrofio.


Tallonati, scarmigliati, inzaccherati, tra sparatorie e fughe impossibili, Jake ed Elwood Blues rimangono un capolavoro di delinquenti, la coppia più improbabile di fuggiaschi che si sia mai vista. L'aplomb schermato da occhiali e cappelli neri non si scompiglia né si scompone di fronte ai reiterati tentativi omicidi di una furente Carrie Fisher, le cui schioppettate e attentati bombaroli non fanno una piega. C'è solo un richiamo a cui i due fratelli non riescono a sottrarsi: il respiro di quell'espressione musicale che è il blues. La voce di Aretha Fraklin, con le sue impennate di orgoglio femminile, mentre strapazza il marito per convincerlo a non seguire la banda, diventano grido irresistibile, fibra e principio vitale al quale non si può resistere né porre diniego. Seduti al bancone del ristorante di Mrs. Murphy, inizialmente immobili e impassibili, i Blues Brothers che pure cercano di strappare il marito alla matrona e riprendersi così il loro chitarrista, non reggono molto (e come potere?) prima di prendere parte anche loro all'esuberanza ritmica di Think, in una scena cult indimenticabile. E appresso a loro gli astanti, i pedoni sulle strade di Chicago, e spettatori di tutto il mondo non possono arrestare il fremito che salendo dalle gambe percorre la schiena, le braccia, le corde vocali, posseduti da un diavolo o da un dio per conto dei quali si muovono e si dimenano neri, bianchi, locandieri o galeotti, al ritmo binario di Shake A Tail Feather o di Jailhouse Rock. Prescindendo dalla verve demenziale di John Landis, dal genio di Belushi e dalla talentuosa versatilità di Aykroyd, The Blues Brothers è soprattutto, e più di ogni altra cosa, un meraviglioso tributo alla musica afroamericana e alle sue icone (oltre ai già citati Aretha e James Brown, compaiono anche Ray Charles e John Lee Hooker). Dal gospel al soul, al rithm&blues, la musica nera nata sulle sponde del Mississipi ripone la sua anima più melanconica (la cui parola blue, nella sua germinazione, ne ha rivestito l'accezione), per sposare la missione di diffonderne lo straripante e invasivo impulso irrefrenabile. Forse non riusciremo mai a raggiungerli, ma di certo, non possiamo fare a meno di continuare a rincorrere quei due ragazzacci.


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