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Il Laureato

25/10/2011 11:00

Valerio Ferri

Recensione Film,

Il Laureato

L’interpretazione magistrale di un giovanissimo e allora sconosciuto Dustin Hoffman

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Svariate sono le componenti che hanno contribuito al successo del film cult del 1967: l’immagine indelebile degli occhi melancolici e rassegnati di una Mrs. Robinson (Anne Bancroft) dal destino segnato e irreversibile che trova nel laureato, inesperto e insicuro, una panacea e un elisir di eterna giovinezza; l’interpretazione magistrale di un giovanissimo e allora sconosciuto Dustin Hoffman, calatosi quasi in modo incosciente nella parte del laureato impacciato e apatico, stereotipo del moderno eroe romantico sprofondato nel nuovo mal du siècle; le struggenti e indimenticabili melodie folk di Paul Simon e Art Garfunkel, che hanno accompagnato le sequenze del lungometraggio e formato con esso un binomio indissolubile, una cornice che si adatta con eleganza stilisticamente e ritmicamente perfetta al resto dell’opera, ma che allo stesso tempo ne costituisce la struttura portante.


Tuttavia, ciò che rende Il Laureato una rappresentazione evergreen e contestualizzata in ogni epoca è la profonda modernità insita nei suoi elementi in parte sopraccitati, propria di qualsiasi perpetuo capolavoro cinematografico e artistico-letterario. Il tema dell’individuo che “rompe il sentiero stabilito per seguire il sentiero destinato” è indubbiamente il motivo principale di continuità col presente e col passato. Non a caso queste tematiche di impronta kerouachiana riappaiono sovente nel panorama artistico attuale (Into the Wild ne è una conferma) e cercano di reinterpretare e raffigurare nel miglior modo possibile l’apparentemente intoccabile “suono del silenzio” della corrotta ipocrisia borghese, rinnovata e viva in ogni epoca, che “parla senza comunicare e sente ma non ascolta”. Allo stesso tempo, anche il tema dell’amore e dei legami sentimentali si affacciano prepotentemente all’interno della trama intrecciandosi e andando a comporre un equilibrio scenico cristallino insieme al primo.


È proprio il modo in cui viene gestito lo scottante tema dei sentimenti e delle emozioni, che lega i tre personaggi principali tra di essi e con la società americana prerivoluzionaria, a conferire alla sceneggiatura una qualità unica e un carattere tragicomico, in cui l’angoscia e le svariate situazioni turbolente vengono stemperate al punto giusto da un’ironia pungente, ma mai invadente; anzi, in grado di ambientarsi, paradossalmente, in contesti spesso drammatici e donando un tocco di vivacità al complesso stilistico scelto dal regista Mike Nichols. Il puzzle viene poi completato dal singolare parallelismo che connota le due storie d’amore vissute dal protagonista maschile: due esperienze totalmente opposte (l’una basata su un rapporto squisitamente utilitario per entrambe le parti, l’altra contraddistinta da sentimenti limpidi e profondi per la superficialità dell’epoca), che andranno però a scontrarsi delineando il motivo principale del film e la determinante evoluzione psicologica del laureato. Divenuti iconografici, gli ultimi due minuti del film sintetizzano alla perfezione l’intero spirito dell’opera e la psiche dei protagonisti, ricostruendo una trama di sguardi e gesti emotivi che fanno dell’ultima scena un caso di scuola. L’unicità della pellicola in ogni sua singola sfaccettatura è stata ribadita, implicitamente e in maniera molto esauriente, dallo stesso Dustin Hoffman a proposito di un possibile sequel riadattato de Il Laureato: «I tempi sono cambiati, anche se nessuno potrà riportare quell’aria, quelle emozioni legate anche alla musica del film e la vivacità di Katharine Ross, in un’America così diversa che però continua ad affollare i concerti di Simon & Garfunkel».



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