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Colazione da Tiffany

30/10/2011 12:00

Antonella Sugameli

Recensione Film,

Colazione da Tiffany

L’immagine di Holly Golightly davanti alla vetrina di Tiffany non rappresenta soltanto l'iconografia di uno dei titoli più conosciuti nella storia del cinema, m

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L’immagine di Holly Golightly davanti alla vetrina di Tiffany non rappresenta soltanto l'iconografia di uno dei titoli più conosciuti nella storia del cinema, ma è la memoria storica di un’epoca condensata in un fotogramma datato 1961. La vivacità in uno sguardo, la classe di un abito, la stravaganza di un cappello, la curiosa aria trasognata in quel viso ovale e perfetto, hanno reso Audrey Hepburn un’icona di stile ed eleganza nel tempo. Star inavvicinabile, donna riservata e timida, ma estremamente espressiva dinnanzi la cinepresa. Un volto che irradia lo schermo, una capacità di interagire con il pubblico, riservata a poche anime inquiete del grande cinema americano, divenute intramontabili: da Marylin a Liz, da Lauren Bacall alla nostra Anna Magnani. Donne dotate di un fascino magnetico e ammantate di un’aura rara: il mistero di un’anima nobile dallo spirito guerriero. Il personaggio di Holly è di incantevole e ingenua follia.


Escort ante litteram, intrattiene i suoi amanti facoltosi nel suo appartamento di New York e per caso un giorno si imbatte nel nuovo inquilino del piano di sopra, Paul Varjak (George Peppard), scrittore senza arte né parte, mantenuto da una ricca arredatrice. Paul e Holly si somigliano molto, si piacciono, si cercano, insieme si completano. Ma lei ha una pessima opinione degli uomini e l’unica sua preoccupazione è trovare un marito facoltoso, che le permetta di vivere agiatamente per mantenere se stessa ed il fratello meno fortunato Fred. Paul sarebbe l’uomo ideale se solo fosse milionario. Ma la verità è che Holly Golightly non vuole legami, non desidera catene, né gabbie. L’amore invece è una prigione, in cui si sentirebbe reclusa. Lei, come il suo gatto, non appartiene a nessuno, è un’anima randagia e senza meta. Ma a poco serve scappare, perché “in qualunque parte del mondo si cerchi di fuggire, si finirà sempre per imbattersi in se stessi”.


Sceneggiatura meravigliosa, regia audace attraverso la lente creativa di Blake Edwards: Colazione da Tiffany è un classico intramontabile, uno scoppio di risa in una serata di uggiosa umidità autunnale, un’inebriante ventata di freschezza e genuina spontaneità in cui è facile perdersi dimenticando le categorie aristoteliche di spazio e tempo. La scelta del cast - eseguita con magistrale capillarità e puntiglioso entusiasmo - vede in George Peppard, partner in scena della Hepburn (poco adatto al ruolo secondo il regista), un valido sostegno, apprezzato da pubblico e critica. Personaggi secondari, ma indimenticabili sono il sig. Yunioshi (Mickey Rooney), triste caricatura di una cultura ancora provinciale e bigotta, o Martin Balsam l’O. J. del film, ricco produttore cinematografico con la tendenza a dimenticare i nomi e a chiamare tutti "bello" o "bella". La Hepburn, nel gioco delle parti, è lo sguardo sornione sul mondo, l’essenza di un io senza sottintesi, la capacità di cogliersi in un divenire ora drammatico ora comico, senza mai essere scontata né banale e con la sagace pervicacia di reinventarsi sempre e nonostante tutto, e egregiamente accompagnata dalla colonna sonora composta da Henry Mancini. La scena, in cui canta Moon River (scritta appositamente per lei) - seduta sul davanzale della finestra - doveva essere eliminata, ma l’attrice si rifiutò caparbiamente. Quella musica vinse un Oscar e il film, grazie ad un volto indimenticabile e ad una canzone inimitabile, entrò nella storia e poi nel mito. Se il mito richiede charme e femminilità e quest'ultima "è il fascino più forte che esiste nella vita" (secondo Nietzsche), allora leggenda e femminilità coincidono nel nome di Audrey Hepburn.


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