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Terraferma

01/11/2011 12:00

Ingrid Malossi

Recensione Film,

Terraferma

Terza opera del regista romano Emanuele Crialese, vincitore del premio della giuria alla 68° Mostra del Cinema di Venezia, e terzo capitolo di un’ideale “trilog

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Terza opera del regista romano Emanuele Crialese, vincitore del premio della giuria alla 68° Mostra del Cinema di Venezia, e terzo capitolo di un’ideale “trilogia isolana o acquatica” (le prime due pellicole sono gli ottimi Respiro e Nuovomondo), Terraferma è ambientato (come i due precedenti) nel mare della Sicilia, più precisamente nell’isola vulcanica di Linosa, a circa cinquanta chilometri da Lampedusa.


Filippo (Filippo Pucillo) è un ventenne orfano di padre, che vive con la madre Giulietta (Donatella Finocchiaro) e il nonno Ernesto (Mimmo Cuticchio), su un’isola che “non è neanche nel mappamondo”. Durante una battuta di pesca, Filippo ed Ernesto vedono degli uomini in mare e cercano di salvarne il più possibile. Tra questi c’è un'unica donna: Sara (Timnit T.) con il suo bambino e con uno in arrivo. Ernesto decide di accoglierli nella loro casa, nonostante la legge vieti severamente di ospitare e aiutare i clandestini. Filippo, il più giovane della famiglia, si trova diviso fra la gestione dei viziati vacanzieri, la madre che lo vorrebbe altrove per vivere finalmente una vita lontano dalle antiche tradizioni dell’isola, e la donna in fuga dalla guerra, costretta a nascondersi in un garage per far posto ai giovani vacanzieri che portano soldi e animano l’isola.


Si chiama “favoreggiamento dell’immigrazione clandestina” l’accusa che viene mossa a coloro che salvano gente in mare. Gente che fugge, che scappa da paesi in guerra, che cerca una nuova possibilità, una vita migliore. Crialese è partito da un fatto di cronaca, uno dei tanti che affolla i tg e i giornali: un barcone con 79 persone è rimasto alla deriva per tre settimane. Solo sei persone si sono salvate: cinque uomini e una donna. Questa donna è Timnit T. Il regista l’ha voluta incontrare, conoscere, scorgere in quegli occhi neri e profondi quel desiderio di vita, quella possibilità di un’esistenza migliore che non dovrebbe essere negato a nessuno. Niente film di denuncia, politicamente impegnato, ma una fiaba magica e assolutamente metaforica, “indirizzata a un pubblico di bambini di sette anni”, confessa Crialese, perché puri e scevri di preconcetti.


Questo è ben chiaro soprattutto nel finale, che si presenta come un grande punto interrogativo, una domanda aperta lasciata alla sensibilità degli spettatori, alla loro umanità, che trova una chiara esplicitazione nel rapporto di complicità fra le due donne, Giulietta e Sara, in quella lotta dialettica tra l’umana accoglienza e l’ostilità verso il diverso, l’oscuro, l’altro (scelta che ricorda il sottovalutato Quando sei nato non puoi più nasconderti di Marco Tullio Giordana). Un tempo altro, quello in cui è inserita l’isola che apre agli sbarchi ma non ai clandestini, una dimensione sospesa, congelata, in balia di qualcosa che deve giungere o che probabilmente è già stato: il mare da troppo tempo è gramo di pesci ma assolutamente opulento di cadaveri. I figli (come lo zio Nino, alias Beppe Fiorello) fanno finta di non vedere, chiudendosi per la paura nei confronti del presunto invasore, mentre i padri (il bravissimo Mimmo Cuticchio) tendono la mano verso i più deboli, perché così è stato insegnato loro e perché così è giusto fare. Il regista drammatizza molto questo conflitto generazionale, non prendendo le parti dell’uno né dell’altro, ponendo domande e non fornendo risposte, semplicemente offrendo a Filippo - il tramite tra il nuovo e il vecchio - la possibilità di vedere e capire con i propri occhi quale sia la rotta giusta e la terra veramente ferma.



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