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Paranormal Activity 3

09/11/2011 11:00

Erika Pomella

Recensione Film, paranormal-activity,

Paranormal Activity 3

Era il 1999 quando Il mistero della strega di Blair arrivò nelle sale di tutto il mondo rivoluzionando il genere horror, sia dal punto di vista meramente stilis

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Era il 1999 quando Il mistero della strega di Blair arrivò nelle sale di tutto il mondo rivoluzionando il genere horror, sia dal punto di vista meramente stilistico, sia in fatto di investimenti economici. Il film di Daniel Myric e Eduardo Sanchez proponeva una diegesi tesa e giocata sull’ansia dell’attesa, ereditando il dogma del produttore dell’horror Val Newton, persuaso che la paura nello spettatore scaturiva dall’ignoto che si dipanava fuori dal quadro di ripresa. Con l’uso di macchine a mano, e gli abiti stilistici di un documentario, The Blair Witch Project proponeva al mondo del cinema una commistione tra verità e finzione capace di irretire milioni di spettatori. Contemporaneamente, questa scelta del “fatto in casa” permetteva di girare un film a bassissimo costo per un rientro degli investimenti da capogiro. L’esordiente Oren Peli decise, nel 2007, di raccogliere questa importante eredità, dirigendo un film con un budget di 15.000 dollari, capace di incassarne poi più di 200 milioni. Paranormal Activity è stato il film che, più di tutti, è riuscito a comprendere la lezione della Strega di Blair e a farla fruttare. Oggi, a distanza di quattro anni e con un sequel dagli stessi risultati economici, arriva al cinema il terzo episodio della saga che spiega le origini di ogni cosa.


È il 1988 e Katie e Kristie (le due sorelle dei primi due episodi) sono delle bambine come tante altre. Passano il loro tempo a giocare in giardino, senza un solo pensiero che annuvoli le loro giornate. La routine delle loro esistenze cambia quando rumori strani e improvvisi spingono Dennis, il compagno di loro madre, a seminare videocamere in ogni angolo della casa, alla ricerca della ragione scatenante. Katie, la maggiore, sembra ridere in faccia alla paura, mentre Kristi, la più piccola, si spaventa facilmente, anche per via di un amico immaginario molto ambiguo.


Prequel di un prequel, Paranormal Activity 3 rappresenta una scommessa sicura per i produttori, che puntano su una sceneggiatura volta ad illuminare tutti i lati oscuri di una storia che aveva, proprio nella sua misteriosità, il punto forte. Non conoscere il motivo per cui il demone avesse scelto Katie e Micah nella prima pellicola, rendeva l’intera vicenda più inquietante, perché giocava sull’idea che a chiunque, in ogni momento, potesse accadere qualcosa di simile. Già con il secondo episodio, che si svolgeva un paio di mesi prima degli eventi raccontati in Paranormal Activity, il naturale bisogno di risposte aveva spinto gli sceneggiatori a seminare indizi lungo la narrazione, rendendo Katie e Kristie le uniche vere destinatarie del male. Questo ultimo capitolo smentisce qualsiasi dubbio, riprendendo le due sorelle nella loro infanzia, il momento cruciale in cui il demone è apparso nelle loro vite. Pur riproponendo schemi già collaudati e quasi prevedibili, il film di Ariel Schulman e Henry Joost ha il merito di costruire una tensione palpabile che, ancora una volta, gioca soprattutto sulle aspettative dello spettatore. Non mostrando mai del tutto ciò che avviene, allo spettatore è chiesto il lavoro maggiore, avendo la libertà di perdersi nelle proprie, individuali paure, e proiettandole su ciò che vede sullo schermo. Grazie soprattutto a scelte registiche di grande effetto, come quella di posizionare una delle videocamere su un ventilatore, individuando all’improvviso ombre e presenze inquietanti. Se facilmente suggestionabili, preparatevi a dormire con la luce accesa.


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