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I primi della lista

10/11/2011 11:00

Martina Calcabrini

Recensione Film,

I primi della lista

Quando si ha tra le mani una storia vera che sembra fatta apposta per essere trasposta sul grande schermo, non si può fare altro che trasformarla in sceneggiatu

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Quando si ha tra le mani una storia vera che sembra fatta apposta per essere trasposta sul grande schermo, non si può fare altro che trasformarla in sceneggiatura. E così Roan Occam Anthony Johnson, regista del poco conosciuto 4-4-2 Il gioco più bello del mondo, scoperta la divertente avventura di tre giovani e scanzonati italiani alle prese con le crisi di stato degli anni ’70, ha dovuto solo scegliere i protagonisti per iniziare le riprese.


I primi della lista racconta la storia del Masi, del Gismondi e del Lulli, tre giovani pisani che, sullo sfondo dell’Italia degli anni ’70, si muovono tra musica, organizzazioni segrete e presunte cospirazioni. Pino Masi è un cantante di successo, un talentuoso cantautore che ha scritto le canzoni di lotta più famose del tempo. Renzo Lulli e Fabio Gismondi, invece, sono due giovani liceali che sognano di suonare con lui davanti a centinaia di persone. Mentre i ragazzi fanno un provino, il Masi viene informato dell’arrivo dei militari fascisti, dell’imminente colpo di stato e della repressione delle teste calde di sinistra, ovvero dei giovani artisti e intellettuali che portano ancora nel cuore gli ideali rivoluzionari del ’68. Essendo loro “i primi della lista”, Masi, Lulli e Gismondi fuggono da Pisa e cercano rifugio fuori dall’Italia, prima in Jugoslavia e poi in Austria. Per colpa del loro atteggiamento sospetto e della mancanza di documenti validi, i tre amici finiscono nella rigida prigione austriaca e sono costretti a spiegare i motivi della loro (dis)avventura on the road. Tra le risate dei compatrioti e dei suoi carcerieri, i ragazzi saranno costretti a scoprire che l’Italia non ha subito nessun colpo di stato. O meglio: non ancora…


Divertente, irriverente, beffarda: la nuova pellicola di Roan Johnson arriva dritta al cuore, tanto che si fa subito il tifo per i giovani e imprudenti protagonisti, tre ragazzi pieni di sogni e di speranze destinate a scontrarsi con una realtà crudele e spietata. Per il ruolo del Gismondi e del Lulli, il regista ha scelto gli esordienti Francesco Turbanti e Paolo Cioni, due attori fascinosi e credibili, che fanno tenerezza per la propria ingenuità. Il Masi, colonna portante dell’intero film, è la spalla su cui piangono gli altri personaggi nonché il fratello maggiore che avrebbero voluto. E tutto il merito, quindi, va al suo interprete, un irresistibile Claudio Santamaria, capace di addossarsi il peso e le colpe, il merito e il demerito, di tutte le azioni avventate della banda. Proprio lui confonde gli spettatori dall’inizio alla fine, indossando i panni di un personaggio inaffidabile e scapestrato, un uomo che si finge duro per mascherare la propria fragilità, un figlio abbandonato che porta il fardello (e le cicatrici) di un’infanzia rovinata. I primi della lista strizza l’occhio a L’armata Brancaleone ma si ispira, palesemente, a I soliti ignoti di Mario Monicelli, una commedia dalle tinte drammatiche, un dramma dai risvolti comici, una lezione di vita secondo i dettami zavattiniani. Un applauso, dunque, all’acerbo Roan Johnson che spinge i giovani di oggi e quelli di ieri a tenere sotto controllo la situazione politica della penisola italiana.



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