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Almanya - La mia famiglia va in Germania

15/11/2011 12:00

Chiara Napoleoni

Recensione Film,

Almanya - La mia famiglia va in Germania

Almanya è una piccola località nella provincia di Ankara, in Turchia...

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Almanya è una piccola località nella provincia di Ankara, in Turchia. Da lì Hüseyin Hylmaz, padre di famiglia e gran lavoratore, decide di partire negli anni Sessanta in cerca di soldi e fortuna verso la Repubblica Federale Tedesca. Carente di operai e di bassa manovalanza, la Germania del boom è pronta ad aprire le porte a tutta la famiglia di Hüseyin che in men che non si dica si ritrova a convivere con una lingua e una cultura completamente diverse. Quarant’anni dopo, il vecchio Hüseyin fa una sorpresa alla sua numerosa famiglia e coinvolge tutti in un viaggio nella terra natìa alla (ri)scoperta delle proprie origini. Tra sketch linguistici e misunderstanding culturali, il viaggio si srotola tra passato e presente, abbracciando tre generazioni, immigrati naturalizzati e residenti, alla scoperta di un’identità che forse è stata ignorata per troppo tempo.


Successo incredibile al box office in Germania, con oltre 11 milioni di spettatori, Almanya, dopo essere stato presentato fuori concorso alla Berlinale del 2010, arriva nelle sale italiane distribuito dalla Teodora Film. La vicenda di Hüseyin e della sua famiglia, opera prima per il grande schermo di Yasemin Samdereli, affonda nella biografia dell'autrice della storia, la sorella del regista e sceneggiatrice Nesrin Samdereli; ma è anche la vicenda personale di milioni di turchi che risposero per oltre un decennio all’appello fatto dai tedeschi per sostenere lo sviluppo socio-economico del paese. Incanalandosi benissimo nel filone della commedia multiculturale in bilico tra ortodossia e comprensione, come East is East e Il mio grasso grosso matrimonio greco, Almanya gioca sulle differenze ed esaspera il punto di vista dello “straniero in terra straniera”, con un mirato uso del flashback e un utilizzo cosciente di frammenti documentaristici che non distolgono l'attenzione dello spettatore dalla storia principale. Come Aldo Fabrizi in Migrantes cercava l’America Latina sulla cartina geografica e non riusciva a raccapezzarsi, qui il più grande incubo del piccolo Hylmaz è il crocefisso, simbolo del cannibalismo occidentale - d'altronde, con l’ostia e il vino, non ci nutriamo del corpo e del sangue di Cristo? Ricco di aneddoti e spunti di riflessione, con influenze, soprattutto nel road trip della seconda parte, al ben più famoso Little miss sunshine, Almanya, sulla scia del cinema di Faith Akin e della famosa serie televisiva Kebab for breakfast, è l'ennesimo brillante tassello cinematografico di un’Europa in cui l’incontro culturale è ormai diventato inevitabile.



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