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La kryptonite nella borsa

15/11/2011 12:00

Erika Pomella

Recensione Film,

La kryptonite nella borsa

Presentato in concorso alla sesta edizione del Festival Internazionale del Film di Roma, e tratto dal romanzo omonimo dello stesso Ivan Cotroneo, La kryptonite

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Presentato in concorso alla sesta edizione del Festival Internazionale del Film di Roma, e tratto dal romanzo omonimo dello stesso Ivan Cotroneo, La kryptonite nella borsa si pone come affresco vintage di una Napoli a metà strada tra una fiaba e una commedia senza pretese, che si perde lungo le spire di un contesto culturale – quello degli anni Settanta – da sempre capace di irretire gli spettatori. Attraverso la storia di una famiglia, Cotroneo tenta di abbracciare un’era cult, grazie anche all’uso massiccio di musica dell’epoca che fa breccia ruffianamente nel cuore di chi, quegli anni, li ha vissuti e amati.


Peppino (l’esordiente Luigi Catani) è un ragazzino di otto anni, il primo ad aver messo gli occhiali in una Napoli attenta alle apparenze. Come tutti i bambini, anche Peppino ha un suo mito: il cugino Gennaro (Vincenzo Nemolato), adolescente convinto di essere Superman, alla continua ricerca della kryptonite che potrebbe danneggiarlo. E l’oscura materia si presenta sotto forma di autobus, che travolge e uccide il ragazzo. Incapace di accettare la dipartita del supereroe, Peppino crea una proiezione mentale di Gennaro, che riappare ogni volta che qualcosa non va per il verso giusto. Attraverso l’aiuto del cugino, Peppino affronta la crisi di sua madre Rosaria (Valeria Golino), scivolata in un’apatia solitaria da quando ha scoperto che il marito Antonio (Luca Zingaretti) l’ha tradita con una ragazza più giovane.


«Questa è una storia che parla di un supereroe, di una famiglia e di un bambino con gli occhiali, ma non è una storia sull’infanzia. È una storia sull’amore». Sono queste le parole che aprono il film di Cotroneo e che ben descrivono le intenzioni del regista. Pur focalizzandosi sullo sguardo incorrotto del piccolo Peppino, Cotroneo non gira un racconto di formazione, né tantomeno si sofferma sulla condizione di Peppino come bambino alla scoperta del mondo. Quello che sembra interessare il regista sono soprattutto i legami e le relazioni che si instaurano tra i diversi personaggi. Dal tradimento di Zingaretti ai rimpianti della Golino che anela l’aria pulita di Procida, isola quasi fiabesca, dove si era sentita bella e amata; dalla zitella incallita che trova l’amore, passando per gli zii hippy di Peppino, che sognano di lasciare Napoli e di diventare cittadini del mondo. La kryptonite nella borsa potrebbe quindi essere inteso come un carillon di sogni – infranti, da realizzare, perduti - visti attraverso lo sguardo cristallino di un bambino che, nonostante la tenera età, sembra il più saggio all’interno di una famiglia disfunzionale e divisa in piccole entità destinate scontrarsi l’una contro l’altra. Divertente in alcune scene – come quelle dei tentativi maldestri di Zingaretti di mostrarsi come padre amorevole - la pellicola di Cotroneo ha il limite di non presentare un'unità narrativa lineare. La diegesi appare spezzettata in piccole gag e siparietti che, nonostante conquistino qualche risata, risultano disconnesse e disordinate.



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