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Les femmes

17/11/2011 12:00

Ingrid Malossi

Recensione Film,

Les femmes

1969, Francia...

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1969, Francia. Jerome è uno scrittore in crisi sentimentale e creativa che, continuamente incalzato dall’editore, deve terminare il suo ultimo romanzo “Le donne”, un’autobiografia dove descrive la sua vita di donnaiolo incorreggibile. Decide di dettare le sue memorie all’avvenente segretaria Clara (Brigitte Bardot). La donna si fa sedurre dallo scrittore ma poi lo abbandona come, scopriamo alla fine della pellicola e del romanzo che scrive, hanno fatto tutte le precedenti donne avute dall’uomo.


“Alla felicità preferisco l’avventura, l’imprevisto”. Questa è la frase che ripete il protagonista, interpretato da Maurice Ronet, attore molto apprezzato dal grande regista francese Louis Malle che lo ha voluto con sé nei suoi due più importanti capolavori, Ascensore per il patibolo (1958) e Fuoco Fatuo (1963) entrambi al fianco di Jeanne Moreau, icona femminile della Nouvelle Vague. La condizione storica e culturale della fine anni ’60 parigini venne stravolta da quella pulsione liberatrice e ludica di rinnovamento che è stato per l’appunto il ’68 francese. La concezione dell’avventura come dimensione esistenziale era già nel film-manifesto della citata Nouvelle Vague francese, quel Fino all’ultimo respiro (1960) di Jean Luc Godard, che viene scimmiottato e preso a prestito un po’ da tutti i film francesi successivi, ma con ben altri risultati e fini. In questo Les Femmes, privato di quel nichilismo generazionale e degli aspetti stilistici convenzionali dell’epoca, il regista Jean Aurel confeziona una piccolissima e scialba pellicola incentrata sulla fatale Bardot che, nel ruolo di segretaria dello scrittore, diverte e provoca (ma nemmeno più di tanto), lasciando le poche scene di nudo alle colleghe Anny Duperey e Christina Holme.


Aurel, conosciuto per La calda pelle (1965), dramma erotico con Michel Piccoli, Anna Karina e una splendida Elsa Martinelli, adattando il famoso testo Dell’amore di Stendhal, riprende anche in questa pellicola la famosa teoria della “cristallizzazione dell’amore” stendhaliana, secondo la quale l’amante vede nell’amato/a non la cruda realtà, ma l’immagine del proprio desiderio, facendone dunque un essere ideale, la proiezione del proprio io. Qui però, la trama si trascina stancamente con dialoghi monotoni e fini a se stessi, mettendo in scena un eterno Peter Pan incapace di amare e che antepone una presunta libertà dichiarata alla fuga a cui porta le donne che incontra, in un melodramma d’amore che ha poco di entrambe le cose. Un file rouge che verrà poi ripreso, con ben altri risultati, dall’amico-collega François Truffaut (in L’uomo che amava le donne, 1977), con il quale Aurel aveva condiviso la regia per il film collettivo L’amore a vent’anni (1962).



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