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Miracolo a Le Havre

23/11/2011 12:00

Tania Marrazzo

Recensione Film,

Miracolo a Le Havre

Presentato in anteprima al 64° Festival del cinema di Cannes, Miracolo a Le Havre giunge in Italia dopo le precedenti uscite in Francia e naturalmente in Finlan

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Presentato in anteprima al 64° Festival del cinema di Cannes, Miracolo a Le Havre giunge in Italia dopo le precedenti uscite in Francia e naturalmente in Finlandia. Secondo lungometraggio d’oltralpe per il regista Aki Kaurismäki, fratello minore di Mika Kaurismäki, che avrebbe sicuramente riscosso maggior successo a Cannes, essendo perfettamente in linea con lo stile che negli anni ha contraddistinto la manifestazione, se non fosse stato oscurato dall’imponente The tree of life del prediletto Terrence Malick. Fra gli attori due fedelissimi del regista finlandese: il protagonista André Wilms visto in Juha, Leningrad Cowboys Meet Moses e La vie de bohème per il quale ha ottenuto il premio come miglior attore non protagonista agli European Film Awards, e Anna Katriina Outinen nel ruolo della moglie Arletty.


Nel porto della piccola città costiera di Le Havre, nell’Alta Normandia, si incontrano un ragazzo di colore (Blondin Miguel) appena giunto clandestinamente dall’Africa e Marcel Marx (André Wilms), un ex scrittore bohémien che conduce una vita tranquilla e si arrangia facendo il lustrascarpe. Quando sua moglie (Katriina Outinen) si ammala, il destino mette Marcel di fronte all'incontro con un bambino immigrato dall'Africa. Lo scrittore decide di nascondere il piccolo Idrissa nella sua abitazione ma la polizia inizia ben presto a sospettare di lui, e l’unico modo per aiutare il ragazzino diventa allora quello di far affidamento sull’amicizia e sulla solidarietà della gente del quartiere.


«Non accade spesso che il cinema europeo affronti il tema della sempre più grave crisi economica, politica e soprattutto morale che ha portato alla questione irrisolta dei profughi: persone che arrivano dopo mille difficoltà nell’Unione Europea e subiscono un trattamento irregolare e spesso inadeguato. Non ho soluzioni da proporre, ma ho voluto in qualche modo affrontare la questione, anche se in un film che ha poco di realistico». Queste le dichiarazioni con cui Kaurismäki rilascia al pubblico il suo nuovo lavoro, una pellicola dall’atmosfera favolistica, a tratti sopra le righe e densa di speranza che affronta con leggerezza il complesso problema dell’immigrazione e dell’accettazione dell’individuo straniero. Senza cadere mai nella facile trappola del mélò, Miracolo a Le Havre avanza lentamente seguendo le cadenze di un componimento in versi, sfruttando il fascino di un racconto in vecchio stile dalle atmosfere retrò, affermando senza retorica e buonismo la sua impossibilità. Accade solo nella finzione filmica che un pover uomo determinato e fiducioso, con l’aiuto della fornaia, del fruttivendolo e della barista, riesca a far fuggire un clandestino intenerendo perfino le rigide e insensibili autorità. Nel suo fantasticare, Kaurismäki non risolve il problema sociale, ma prova solo a volgere gli occhi al cielo agognando evoluzioni simbolicamente miracolose che invitino a sperare, o almeno a sognare un altro mondo possibile.



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