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Red State

04/12/2011 12:00

Marco Filipazzi

Recensione Film,

Red State

Il film horror di Kevin Smith

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Red State era stato annunciato come «il film horror di Kevin Smith» il che equivaleva a un sacco di aspettative da parte dei fan di un regista che ha abituato il suo pubblico soprattutto a commedie surreali e più o meno impegnate. Smith, che molti considerano al pari di Quentin Tarantino per virtuosismo di dialoghi e citazioni, aveva invece sin da subito chiarito che il film sarebbe stato molto di più che un semplice horror: atmosfere da tradizione anni '80 e un preannunciato attacco al fondamentalismo delle sette cattoliche. Risultato? Red State è una scheggia impazzita, il frammento di una granata lanciata contro il pubblico, che ricalca sì gli stilemi del genere ossequiandoli come dogmi sacri, ma solo per poi stravolgerli completamente. Proiettato in anteprima al Sudance Film Festival, il film ha da subito spaccato di netto le opinioni di critica e pubblico, facendo parlare molto di sé anche per la distribuzione non convenzionale che Kevin Smith ha deciso di adottare. Niente circuito mainstream per lui, almeno stavolta, almeno negli USA.


L'incipit ha il sapore classico di un qualsiasi teen-movie, con tre adolescenti amici per la pelle che vanno a caccia di sesso facile. Poi tutto cambia, il piacere diventa sadico dolore che segue il filone dei moderni torture-porno, ovviamente riletti da Smith. Infine il film cappotta ancora, in un cambio di punto di vista alla Psycho, trasformando il tutto in un thriller d'azione che molto deve al cinema d'assedio di John Carpenter.Kevin Smith, che dopo il folgorante esordio di Clerks - Commessi ha avuto una carriera parecchio altalenante, dimostra ancora di essere un ingordo onnivoro, stilisticamente inetichettabile che non riesce a resistere a disseminare citazioni e ammiccamenti ovunque. Il cast è strepitoso e se tra i cattivi compare il feticcio tarantiniano Michael Parks (Kill Bill, Death Proof) il cui sermone/monologo di 15 minuti varrebbe da solo la visione del film, dall'altra c'è un redivivo John Goodman che riempie lo schermo nei panni di un poliziotto stanco ma probo. La critica sociale c'è, e nemmeno troppo velata; odio, violenza e bigottismo si mescolano in un tripudio di sangue e parole che culminano in una scena finale che riesce persino a far sorridere - con l'amaro in bocca - proprio come si faceva in Chasing Amy.



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