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Rovine

04/12/2011 12:00

Marco Filipazzi

Recensione Film,

Rovine

Nel 2008 uscì nelle sale Ruins – Rovine, senza attirare l'attenzione del grande pubblico e scivolando ben presto nel dimenticatoio...

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Nel 2008 uscì nelle sale Ruins – Rovine, senza attirare l'attenzione del grande pubblico e scivolando ben presto nel dimenticatoio. Tratto dal libro di Scott B. Smith (qui autore della sceneggiatura) e prodotto da Ben Stiller, il film è comunque interessante per i cultori del genere, soprattutto per la difficile etichettatura (non è propriamente un horror) e l'originalità di un predatore che trascende gli abusati mostri e/o serial killer.


L'incipit appartiene al classico stereotipo del genere: quattro amici in vacanza in Messico il cui unico obiettivo per divertirsi sono il sesso e la tequila. La svolta si ha quando i ragazzi decidono di fare una gita in mezzo alla giungla, alla ricerca di uno ziggurat maya ancora inesplorato. Ed è proprio quando i ragazzi trovano l'agognata piramide che un gruppo di autoctoni compare dal nulla, inizia a strillare ordini e uccide uno del gruppo con una freccia nel cuore, costringendo gli altri a salire sulla piramide.


Proprio quando la narrazione pare imboccare una via già vista migliaia di volte, il film esce dai binari. Dal plot-point in poi Ruins – Rovine si trasforma in un ibrido tra film d'assedio (palpabili sono le influenze di John Carpenter, da Distretto 13 a La Cosa) e thriller psicologico. Per i tre quarti della sua durata la pellicola è ambientata in un'unica location (lo ziggurat, appunto) e i fili della storia sono sorretti esclusivamente dalla tensione psicologica che si crea tra i protagonisti e che riesce a mantenere livelli decorosi senza mai annoiare lo spettatore. Inoltre la scelta del nemico nella piramide è oltremodo convincente e regala al film un tocco di sana originalità. Lodevole anche la parte tecnica: l’ambientazione è resa ancora più claustrofobica (molto suggestiva la scena in cui le ragazze vanno alla ricerca del cellulare) grazie all’ottima fotografia e ai notevoli effetti speciali che risultano sorprendenti se si considera il tipo di prodotto e il budget limitato. Molto apprezzabile anche la scelta del regista Carter Smith (qui al suo primo lungometraggio) di non cedere alle facili lusinghe della violenza gratuita, una moda sempre più dilagante nei prodotti di genere: le scene splatter non mancano, ma sono ben calibrate, funzionali alla storia e sfoderate al momento giusto, il che le rende veri e propri pugni allo stomaco degli spettatori. Per essere un horror diretto da un esordiente e realizzato con un budget da film indipendente, Ruins – Rovine è ingiustamente passato troppo in sordina, ma riesce a emergere dalla media grazie a diversi spunti di originalità che piaceranno non soltanto agli amanti del genere.



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