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Enter the Void

07/12/2011 12:00

Marco D'Amato

Recensione Film,

Enter the Void

Una cosa è certa: a Gaspar Noé piace da matti stupire e provocare, e spesso attraverso metodi piuttosto estremi...

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Una cosa è certa: a Gaspar Noé piace da matti stupire e provocare, e spesso attraverso metodi piuttosto estremi. Chi non ricorda il caos mediatico provocato dall’uscita di Irreversible, dovuto più dalla lunghissima scena dello stupro (con protagonista Monica Bellucci) che per i disturbanti contenuti della pellicola. E l'ultimo lungometraggio del regista argentino si mantiene su contenuti ugualmente eccessivi, sfrenati, difficili da assimilare.


Enter the void è una sfiancante marcia psichedelica e psicotropa attraverso la mente e lo spirito di Oscar (Nathaniel Brown), giovane spacciatore caucasico a Tokio. Rimasto, da bambino, orfano dei genitori in seguito a un terribile incidente stradale, dopo anni riesce a ricongiungersi con l’adorata sorella Linda (Paz De La Huerta) alla quale aveva promesso di non abbandonarla mai. Mentre Linda finisce nel giro delle spogliarelliste del locale di Mario, Oscar cede sempre di più al fascino della droga e alla filosofia buddista a cui lo introduce l’amico Alex (Cyril Roy), in particolare al tema del limbo, che l’anima attraversa nel periodo successivo alla morte e antecedente alla reincarnazione descritto nel Libro Tibetano dei Morti. Una retata della polizia nel locale "The Void" porta a una sparatoria e alla morte di Oscar, la cui anima lascia il corpo e inizia a vagare per Tokio ripercorrendo la sua vita e partecipando alle sofferenze e alle angosce che la vita senza di lui lascia in eredità a Linda, Oscar e all’amico Victor (Olly Alexander).


Davvero impressionante lo sforzo fatto in computer grafica per realizzare le numerose scene degli estenuanti trip di Oscar sotto gli effetti della droga; assolutamente fantastica la realizzazione dei titoli di testa, concepiti proprio come un viaggio lisergico. Coraggiosa la scelta di girare gran parte del film in soggettiva, con inquadrature che partono dagli occhi di Oscar o da dietro la nuca del protagonista (a rischio nausea la prima mezz’ora per i continui spostamenti di visuale). Noè stupisce con turbinosi movimenti di macchina creando spirali ascendenti e discendenti, oltrepassando muri e percorrendo distanze siderali, fondendo la camera allo spirito evanescente del protagonista; le lunghissime (e lentissime) carrellate aeree su una Tokio da incubo, enorme ma scarna e svuotata, lasciano sicuramente il segno. A un certo punto l'impressione è però che Noé si lasci prendere, e non poco, la mano e il tutto si scioglie troppo spesso in una spropositata autoesaltazione, in un pomposissimo sproloquio nichilista assolutamente fine a se stesso: giusto creare forte disagio nello spettatore per immedesimarsi nella vicenda, ma il film è pieno (complice una durata sproporzionata) di scene ossessive ripetute ben oltre il limite della noia, come l'inizio dei viaggi di Oscar con schermo monocolore e musica elettronica, o i suoi infiniti spostamenti risolti negli interminabili movimenti di camera. Sembra, insomma, che Noè si rivolga allo spettatore chiedendo dove possa arrivare la sua pazienza e spirito di sopportazione. Una domanda che sembra guidare la scelta anche in certi primi piani o nella scena dell’aborto di Linda, che vorrebbero essere crudi e reali, ma risultano ridondanti: l’inquadratura che caratterizza l’apice della parte conclusiva della pellicola rovina un finale che si sarebbe potuto definire poetico. Distruttivo, rivoluzionario, violento e iconoclasta, ma senza freni.



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