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J. Edgar

23/12/2011 12:00

Roberto Semprebene

Recensione Film,

J. Edgar

F...

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F.B.I. è un acronimo il cui significato è noto a tutti. Lo stesso cinema, come la televisione, si è fatto carico di diffonderne il mito nel bene e nel male, rendendolo un’istituzione che ha contribuito non poco alla costruzione di una certa idea degli Stati Uniti e dei loro standard di sicurezza. John Edgar Hoover è stato l’anima e il direttore dell’FBI per decadi: entrato nel bureau sotto Coolidge, ne restò a capo fino alla morte, avvenuta 48 anni e 8 Presidenti dopo, diventando una delle figure di riferimento della storia organizzativa e politica degli Stati Uniti del ‘900. Clint Eastwood si focalizza su questo controverso personaggio, costruendo un biopic molto interessante e capace di dare espressione alle mille sfaccettature che compongono la complessità di un individuo. Il ritratto che emerge è tutt’altro che agiografico: J. Edgar viene svelato, tramite un montaggio che alterna sequenze riferibili a diverse fasi della sua vita, tanto nella sua figura pubblica quanto in quella privata, affrontandone le criticità senza edulcorarle.


Ad interpretare il protagonista è un Leonardo DiCaprio strepitoso che, anche con il pesante trucco – non sempre perfetto, per altro – necessario ad ingrassarlo ed invecchiarlo, riesce a dare grandissima credibilità alla sua interpretazione e ad esprimere in modo impressionante la determinazione, così come le fragilità di Hoover. Posta la grande interpretazione di DiCaprio, la resa su schermo, particolarmente delle sequenze in cui è presentato l’Hoover più maturo, lascia pensare che la scelta di un diverso attore, su tutti Philip Seymour Hoffman, avrebbe reso meno estenuante - e probabilmente più efficace – il lavoro dei truccatori. Attorno al protagonista ruotano poi le ottime Naomi Watts e Judi Dench (abilissima nel portare sul grande schermo la dura e dispotica madre di Hoover), come anche Armie Hammer nel non semplice ruolo di Clyde Tolson, braccio destro e presunto amante del Direttore dell’FBI.


In J. Edgar si riscontra la solita, grande pulizia, concretezza, coerenza ed onestà intellettuale di Eastwood, capace come pochi altri di presentare un personaggio ed una storia senza timore di esprimere le proprie riserve e considerazioni: Hoover è un protagonista ma non è un eroe né tanto meno un personaggio con il quale sia facile empatizzare; le riserve sul suo operato sono espresse in forma interrogativa da un sottoposto di colore straordinariamente simile a Barak Obama e rimarcate in modo esplicito dagli appunti al libro che Tolson esterna senza riserve in virtù del suo ruolo nella vita del Direttore; i comportamenti privati, anche i più discutibili e controversi rispetto alla sensibilità dell’epoca in cui vennero adottati, sono presentati dal regista con la sensibilità necessaria a non rendere la messa in scena canzonatoria o macchiettistica. Le musiche, come da consuetudine, accompagnano coerentemente il film, contribuendo in modo non evidente, ma determinante, ad un risultato finale che è stato invece e purtroppo rovinato dal doppiaggio italiano: la voce di Francesco Pezzulli, doppiatore storico di Leonardo DiCaprio, risulta nel contesto del film troppo giovane per essere credibile nelle parti in cui l’attore interpreta il vecchio Hoover e non è adatta al personaggio portato sullo schermo neanche nelle fasi della giovinezza. La conseguenza è che l’ascolto del film risulta disturbante e lede la qualità complessiva della pellicola, che mai come in questo caso è consigliabile recuperare in lingua originale.



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