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La talpa

12/01/2012 12:00

Martina Calcabrini

Recensione Film,

La talpa

Dopo aver esordito con l’acclamato Lasciami entrare, lo svedese Tomas Alfredson torna dietro la macchina da presa per realizzare un ottimo thriller ispirato all

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Dopo aver esordito con l’acclamato Lasciami entrare, lo svedese Tomas Alfredson torna dietro la macchina da presa per realizzare un ottimo thriller ispirato all’omonimo romanzo di John Le Carré, primo volume della cosiddetta “Trilogia di Karla”. Lo svedese, alla sua seconda opera, si conferma regista capace di dosare sapientemente i ritmi della narrazione, le musiche, e le esemplari performance di attori provenienti dalla scuola britannica.


Anni ’70. George Smiley (Gary Oldman), agente del MI6 in pensione, viene incaricato da Controllo (John Hurt) di scovare la spia che rivela ai Russi le informazioni interne (quindi strettamente riservate) dell’Intelligence inglese, nome in codice Circus. Aiutato da Peter (Benedict Cumberbatch), un abile collaboratore, Smiley inizierà ad indagare sui suoi ex colleghi, scavando nel passato di ognuno di loro, per scoprire chi è la talpa che ha tradito il paese e l’organizzazione. Ben presto, le ricerche si restringeranno a quattro sospettati: Percy (Toby Jones), Roy (Ciarán Hinds), Toby (David Dencik) e Bill (Colin Firth). George potrà fidarsi del suo intuito e dovrà fare appello alla sua razionalità per rivelare la scomoda verità che tutti si ostinano a negare.


Che Oldman fosse un attore di straordinario talento, era chiaro sin dai lontani anni ’90 quando, diretto da Francis Ford Coppola, interpretò una magistrale versione moderna del Dracula di Bram Stoker. Adesso, dopo oltre venti anni, il fascino è rimasto lo stesso ma le sue abilità attoriali si sono moltiplicate. Interpreta un personaggio che non ha bisogno di indicare il colpevole: è sufficiente avvicinare le lenti agli occhi, sospirare di delusione e guardare direttamente il volto del sospettato. Pochi gesti ma essenziali per dar vita ad un’affascinante agente segreto che niente ha a che vedere con James Bond. Un uomo galante ed educato che non si scompone nemmeno davanti ad un evidente tradimento della moglie. Una vera spia passa inosservata, nasconde talmente bene le proprie paure e le proprie emozioni da finire per dimenticarle. Ed è proprio questo che dimostra la pellicola: non sono importanti i motivi che hanno spinto un uomo a tradire la patria ma quelli che lo hanno portato a rinnegare se stesso e i propri sentimenti. Centro focale, questo, di tutta la storia narrata: La talpa, sebbene sia una pellicola composta e curata nel minimo dettaglio (basta dare uno sguardo ai costumi per rendersene conto), nasconde una vitalità energica e vigorosa sotto la superficie delle cose. Perché queste non sono sempre quelle che sembrano. Lo sanno l’agente Ricki Tarr (Tom Hardy), accusato di essere un disertore e un traditore, e il collega Jim Prideaux (Mark Strong) costretto a morire per dimostrare una realtà falsata dalla menzogna. Tomas Alfredson rifinisce una complessa girandola di personaggi obbligati a vivere sotto mentite spoglie una vita che non appartiene loro; esistenze rinnegate e affogate in acque torbide.



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